KOSOVO / da criminali di guerra a capi di governo

Riva del Garda, 4 agosto 2013 7:17 – (BeLoveRevolution) – In un articolo pubblicato  dalla rivista Sudosteuropa Mitteilungen e dall’albanese Panorama il 17 luglio scorso, Fatos Lubonja, analista albanese, accende la polemica in Kosovo circa la responsabilità di eminenti personalità politiche che sarebbero state responsabili di crimini contro l’umanità durante la guerra.

Gli ex primi ministri Ramush Haradinaj, Fatmir Limaj e anche quello attuale, Hasim Thaci,  sono stati tutti indagati per crimini di guerra e contro l’umanità anche se nessuno è stato condannato dal Tribunale Internazionale e oggi sono al vertice dei partiti che governano il paese, con i propri ex luogotenenti dell’UCK che rivestono incarichi politici in tutta la regione, con il bene placido, se non la complicità, di ONU e UE.

Ramush Haradinaj, ex primo ministro del Kosovo dal 2004 al 2005, è un presunto criminale di guerra che non ha mai pagato per gli atti commessi durante la guerra del 1999, quando era comandante dell’UCK (Esercito di “Liberazione” del Kosovo) per il Kosovo occidentale. Di più: dalle accuse nei suoi confronti, tutte pesantissime e suffragate da innumerevoli prove, sarebbe stato scagionato perchè molte delle persone chiamate a testimoniare a carico sono misteriosamente e improvvisamente passate a miglior vita, scatenando un dibattito, per quanto sterile, sulla protezione dei testimoni nei casi riguardanti il conflitto nella regione, a tutt’oggi territorio serbo.

La questione, non nuova, è stata recentemente risollevata da un lungo editoriale, pubblicato da un opinionista albanese, Fatos Lubonja, sulla rivista tedesca ‘Sudosteuropa Mittelungen’. Nel suo intervento, l’autore riapre un capitolo rimasto tabù per l’opinione pubblica albanese: esiste un gruppo di persone che, dopo aver commesso crimini di guerra durante il conflitto del Kosovo, sono rimasti impuniti.

I testimoni dell’accusa sono stati fatti sparire o hanno scelto di rimanere in silenzio, per timore di essere uccisi. Dichiarate innocenti dal Tribunale penale internazionale, queste stesse persone hanno poi ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni dello stato più giovane d’Europa. Godendo della più totale impunità.

Haradinaj, criminale di guerra e pupillo dell’UE.

Di Haradinaj si ricorda, soprattutto, le dure esternazioni che nei suoi confronti fece Carla Del Ponte, la magistrata svizzera che fu procuratore del TPI dal 1999 al 2007: «un gangster in uniforme», lo definì all’epoca senza troppe perifrasi. Il processo all’ex comandante si era aperto nel 2005, quando questi era da soli 100 giorni primo ministro del Kosovo, all’epoca non ancora indipendente: «non ci sono dubbi che l’accusa riuscirà a provare che questo signore della guerra, insieme al suo luogotenente e al suo secondino, ha le mani insanguinate. È il sangue di civili innocenti, sistematicamente rapiti, uccisi, abusati e annichiliti. I corpi delle vittime sono stati ritrovati e le loro voci si sentiranno durante questo processo».

Le accuse nei confronti di Haradinaj erano precise: egli sarebbe stato il primo responsabile della pulizia etnica nei confronti della popolazione serba che abitava nella regione del Kosovo in cui le truppe sotto il suo controllo operavano. Secondo le indagini della procura, Haradinaj è il mandante del massacro di 32 Serbi, i cui corpi vennero ritrovati a Radonjicko, vicino al lago di Glodane. Le sue unità, inoltre, sono state responsabili degli abusi su prigionieri serbi a Jablanica, oltre che degli attacchi ai danni di rifugiati serbi a Decani.

Carla Del Ponte si diceva sicura che la giustizia avrebbe fatto il suo corso. Ma in realtà, doveva rimanere delusa dagli esiti del processo. Haradinaj venne dichiarato innocente e prosciolto da tutte le accuse, la prima volta il 3 aprile 2008 e la seconda, in appello, il 29 novembre 2012. Ma non senza ombre e fondati sospetti di parzialità da parte della giustizia internazionale. Innanzitutto, il tasso di mortalità dei testimoni dell’accusa divenne particolarmente elevato negli anni del processo al premier kosovaro. Ben 19 testimoni furono vittime di omicidi; molti altri, vista la situazione, decisero di ritrattare le proprie deposizioni o di rimanere in silenzio. «Conosciamo tutti i metodi di Haradinaj, che sono quelli propri di ogni mafia», sostiene Vladimir Vukcevic, procuratore del tribunale: «prima ci sono avvertimenti, poi i tentativi di corruzione. Se l’omertà non si può comprare, allora arrivano gli omicidi».

Il Tribunale non ha fatto nulla per proteggere i testimoni : «quando qualcuno di essi muore, all’Aia semplicemente si sostiene che essi non fossero sotto la loro protezione. Sono degli incompetenti». Peggio ancora, ad Haradinaj venne permesso di tornare in Kosovo durante lo svolgimento del processo. Ufficialmente non era ritenuto pericoloso. Inoltre, per giustificare il suo rientro in patria, la sua presenza veniva giudicata necessaria per assicurare la disciplina degli albanesi kosovari, che avrebbero altrimenti potuto attaccare le truppe della KFOR e dell’ONU. Così, l’ex generale e politico kosovaro aveva la possibilità di comparire pubblicamente di fronte ai suoi concittadini, rafforzando la sua immagine di eroe della patria, e nel frattempo “terrorizzare i testimoni”, secondo l’accusa.

Carla Del Ponte, scornata, in un’intervista alla ‘Frankfurter Allgemeine’ lamentò « la scarsa collaborazione dell’ONU e della NATO »« nella scarcerazione di Haradinaj giocò molto il fatto che egli venisse considerato un fattore di stabilità per la regione », ricorda l’ex procuratore capo del TPI: in particolare, l’accusa è rivolta all’UNMIK, la missione delle Nazioni Unite in loco, che avrebbe ostruito le indagini per proteggerlo. « Questo non l’ho mai capito. Per me resterà soltanto un criminale di guerra ».

Hasim Thaçi, Fatmir Limaj e la ‘casa gialla’.

La stessa storia riguarda più o meno un altro ex primo ministro kosovaro, Fatmir Limaj, e l’attuale premier Hasim Thaçi. Limaj, conosciuto con il soprannome di Comandante Celiku, era stato giudicato innocente dal Tribunale Penale per crimini commessi contro civili serbi e albanesi tenuti prigionieri nel campo di Lapusnik, nel 1998. Limaj è anche uno dei principali indiziati per il ‘massacro di Klepca‘, un villaggio isolato dove l’UCK aveva stabilito uno dei suoi centri operativi, nel quale vennero massacrate almeno dieci persone durante la guerra.

L’innocenza è stata confermata anche dal Tribunale dell’Eulex a Pristina nel maggio del 2012. La decisione era scontata, dal momento che il testimone chiave della vicenda, un ufficiale dell’UCK che prendeva gli ordini direttamente da Limaj, era stato ritrovato impiccato in Germania nel 2011. Le indagini si erano precipitosamente concluse, dando per assodato che ‘il testimone X’ si fosse suicidato. Le sue testimonianze erano state sistematicamente rifiutate dalla giustizia.

Per quanto riguarda l’attuale premier, Hasim Thaçi, la situazione non è per nulla migliore di quella dei suoi predecessori. Durante il periodo in cui fu a capo dell’UCK, egli finanziò le proprie attività con la vendita di armi, droga e persino organi umani, spesso ‘prelevati’ da prigionieri serbi, nell’ospedale improvvisato nella tristemente famosa ‘casa gialla’. Un rapporto confidenziale, vergato dall’intelligence della NATO e reso pubblico dal ‘Guardian’, prova che i suoi traffici erano noti e tollerati dalla comunità internazionale. Ma anche in questo caso, poco o nulla è stato fatto. Le accuse mosse dal Consiglio d’Europa, che nel 2010 pubblicò un rapporto a questo proposito, sono rimaste parole vuote.

In questa situazione l’articolo di Lubonja ha provocato un vero e proprio vespaio, rompendo l’omertà che circonda le gerarchie politiche kosovare. Haradinaj si è già detto pronto a querelare l’autore e a ricorrere ad ogni possibile mezzo per tutelare la propria persona, e ‘l’immagine del proprio paese’.

«Dieci giorni dopo essere stato rilasciato dal TPI, Haradinaj ha fatto visita in Albania, dove è stato accolto con tutti gli onori. L’ironia è che tutti gli uomini politici che gli hanno riservato un’accoglienza così calda, acclamandolo come un eroe della patria albanese, sono in possesso di tutti gli elementi che inchiodano l’ex comandante dell’UCK alle sue responsabilità». Questo è l’attacco del pezzo, che si interroga anche sulle ragioni che stanno portando il Kosovo a consegnarsi, mani e piedi legati, a un élite criminale e mafiosa. La ragione principale, secondo Lubonja, è «l’ideologia nazionalista che prevale in seno alle classi politiche albanesi e kosovare. Gli Albanesi si nutrono ancora dell’idea che devono sacrificarsi per il bene della nazione e chiudere gli occhi di fronte a qualsiasi crimine che viene commesso nel suo nome. È un grande lavaggio del cervello che spiega la glorificazione di questi ‘eroi’ dalle mani sporche».

(nella foto: foto commemorativa del ritorno in Kosovo e Metochia di Ramush Haradinaj come uomo libero dopo l’assoluzione da parte del Tribunale dell’Aja, foto BeLoveRev, novembre 2012)
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