Io che di mio sono saraceno

Come sono tornato alla culla del mio marchio di sangue. Autobiografia religiosa di un siciliano

Io di mio ho un nome saraceno. Sono Pietrangelo Buttafuoco e mi chiamo Giafar al Siqilli. C’è il cattivo delle favole che si chiama così, è vero, lo ha disegnato magistralmente Walt Disney ma questo nome un po’ mi è stato dato (e un po’ me lo sono scelto) in omaggio all’emiro di Sicilia. E’ quello della via Giafar, la carreggiata che collega l’autostrada Catania-Palermo con il lungomare e il porto della capitale di Sicilia e al Siqilli per l’appunto, vuol dire “il siciliano”.

Io di mio non ho perso nulla del passato incontrando l’islam perché – per me, ma lo è per tutti, in tutto il mondo – è stato un ritorno. Grazie a Dio ho conosciuto l’islam prima di conoscere i musulmani, ho cominciato da ragazzo – avendo avuto regalato il libro di Tabari, “Vita di Maometto” – e, come in un processo psicologico di “attenzione indotta” ho cominciato a riconoscere il già vissuto.
Come quelli che dovendo comprarsi una Vespa vedono Vespe dappertutto, come le mamme vedono bambini da accudire ovunque o, più precisamente, come i ladri che si muovono in un mondo fatto tutto di refurtiva ebbi da subito – grazie soprattutto a un ciclostilato senza firma, un mirabile saggio sull’islam ritrovatomi tra le mani in una delle mie giornate di politica – l’attenzione indotta verso tutto ciò che mi portava alla culla del mio marchio di sangue e perciò a Palermo, durante una gita scolastica, potei rubare al cuore il suo segreto.

Divenni ladro ed ebbi chiaro che Sabbenedica, il saluto dei miei vecchi, altro non è che Salam Wa Aleikum, ovvero, la Benedizione di Dio su di voi. E fu evidente che la Cattedrale – con le spoglie del mio Imperatore, avvolto nei lini e col capo rivolto verso Mecca – altro non fosse che una sontuosa moschea. E così le cupole di San Giovanni degli Eremiti. E poi ancora l’attenta perlustrazione della Cappella Palatina, dentro il palazzo del Parlamento siciliano, mi portò a scoprire una calligrafia perfino dissimulata tra la criniera di un leone dove, da un detto del Profeta, così è scritto: “Dio è bello e ama la bellezza”.

Io di mio ho una lunga storia d’amore con quel ritornare a essere saraceno e, ancora oggi – la fotocopia incorniciata di quest’iscrizione – è appesa nella mia stanza da ragazzo, nella casa di Agira. E non dico cos’è Agira, col suo vorticare di casbah che, dal suo castello – l’unico di foggia musulmana resistito al rosicchiare del tempo – arriva alle pendici del monte; Agira che agli archeologi e agli studiosi offre sempre una nuova sorpresa, come quella di una moschea mimetizzata tra le case e la vita di ogni giorno, proprio alle spalle del palazzo delle Poste dove potei finalmente far coincidere la Qibla e dunque anche quel che da molti anni ormai è la ricerca personale che io, di mio, faccio della direzione.
Uno segue sempre uno. Questa è la direzione. Così come tanti seguono sempre uno perché anche quando si è in due – così è nella vita e nei cieli – uno dei due deve fare il capo, chiamare alla preghiera ma avere sempre chiara l’Unicità e non l’Unità e poi guardare sempre cosa fa il sole, cosa, la luna (come s’alza la marea, come danza il cosmo, quale giro di Do fa la chitarra…) e fu tra le dune di Donnalucata, osservando Mohammed, il capo dei bagnini del Titanic, lo stabilimento che non c’è più, a Playa Grande, che ebbi visione dell’elegante abbandono ad Allah. Quando un credente prega è come se l’universo vi approda nel cuore, vi fa sosta per poi tornare a far vortice nell’atmosfera e nelle profondità dell’Io, compreso io che – di mio – non pregavo ma guardavo Mohammed e studiavo ogni sua genuflessione e in ogni sua invocazione e in quella sua chiamata, oleosa di vertigine e brividi, in me che calzavo l’atavica accidia dei sandali Pescura – come nell’incipit del “Manifesto” di Filippo Tommaso Marinetti – mi faceva sorgere in petto un immenso mare.

Un infinito oceano è quello dove arriva il credente quando prega. E’ l’acqua dove io vedevo specchiare Mohammed e gli altri ragazzi magrebini, da lui addestrati al servizio di spiaggia e poi, raccolti in schiera di fronte all’esercito degli ombrelloni nemici borbottanti illuminismi cupi di vita senza più vita, fatti desti e ritti come fari superbi sempre da Mohammed che sapeva orchestrare ragionevolezza, gioia e guida severa dall’alto del filo di fumo: la sigaretta sempre pronta a far brace tra i denti superstiti della sua bocca.

Io di mio ho un nome musulmano, dunque. Sono Pietrangelo Buttafuoco e anche Giafar. Qualcuno non mi prende sul serio. Qualcun altro – mi capita spesso – mi fa l’augurio di fare un botto, quanto prima, in un attentato jihadista che possa servirmi una volta per tutte di lezione. Ho perso un amico quando ho dato alle stampe per Bompiani “Cabaret Voltaire, il sacro, l’islam e l’occidente”. Magari lui lo nega, dice no, non è così, ogni tanto mi saluta, certe volte mi risponde e però si ritrae all’idea di doverci vedere come facevamo prima. E l’ho però perso perché lui, liberale, è intransigente verso qualunque cedimento alla barbarie. L’asse del male è la barbarie, aver formato una biblioteca con la sapienza antica d’Ellade, quindi con Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger e poi con Henry Corbin, l’islam e l’esoterismo di René Guénon è il male perché mentre io leggo l’islamistica quelli sgozzano, allungano le gonne alle donne e conculcano i diritti civili e perciò io, di mio, sono peggio di Drieu La Rochelle, di Louis-Ferdinand Céline e di Ezra Pound rispetto al Male assoluto con l’aggravante che io non valgo un’unghia di quei tre e che poi dovrei essere informato: l’Undici settembre è lo spartiacque della coscienza contemporanea e poi, insomma, perfino qui al Foglio dove potrebbero ben darmi una lezione definitiva, dovrei starmene zitto e magari imparare perché proprio qui, al giornale, a differenza degli altri amici e dei colleghi, gira che ti gira – io, di mio – sono l’unico ad aver pianto due paesani morti nell’attentato alle Due Torri.

Io, di mio, è vero, forse abito dentro una canzone di Franco Battiato, infatti incrocio spesso in zona Boccea, a Roma, dei sufi, ci rivolgiamo i salamelecchi e ci scambiamo i rosari e – fosse pure nel tempo d’attesa del semaforo pedonale – recitiamo un sonetto d’amore. Quello del recitare sonetti d’amore per amore di Lui è un dono di buonumore e una volta, in treno, ne feci un uso spiazzante ma devo proprio raccontarvelo perché fu uno spasso.

Io, di mio, ero a Milano. E questo fatto capitò al tempo in cui Pietro Calabrese era direttore di Panorama. Ero un suo inviato e fui convocato a Segrate per una riunione con interlocutori importanti al punto che, di tutto punto, dovetti presentarmi con un abito gessato. Scoppiò uno sciopero improvviso, quel pomeriggio, e non avendo modo di tornare a Roma con un aereo né – troppo tardi – di trovare posto in treno, optai per un viaggio verso Padova, recuperando fortunosamente un posto in uno scompartimento dove tra tanti gentili signori stava seduto anche un immigrato, centroasiatico per la precisione, che quando arrivò il controllore penò non poco prima di trovare il proprio biglietto.
Fu questione lunga, due o tre interminabili minuti mentre tutti i bravi passeggeri, gonfi di pregiudizi, avevano già capita la malaparata: non ce l’ha, figurarsi, è un parassita, un terrorista e poi giù con insulti razzisti che alla fermata di Brescia dovettero spegnersi e non perché il viaggiatore straniero, male in arnese, trovò il proprio biglietto ma perché tutti loro ebbero la sorpresa di vedere l’uomo in gessato scuro prendere – io, che di mio, non viaggio senza il Libro – prendere appunto il proprio Corano e porgerlo al viaggiatore e con lui, rosario al polso, cantare a voce fina i sonetti d’amore per amore di Lui, ovvero il dhikr. Poi la situazione peggiorò perché mi chiamò al telefono mio compare Baldo Licata e mi sentirono parlare in siciliano e perciò nello scompartimento di seconda classe del Milano-Brescia-Venezia non si capì quale fosse il corto-circuito tra terrorismo, mafia e immigrazione clandestina ma fu uno spasso al punto che si allontanarono a poco a poco dimenticando – lor signori – la variabile fascio-saracena con cui avrebbero potuto far strillare non pochi commentatori dal ditino sempre alzato.
Ecco, io, di mio, abito un mondo che magari a tutti può sembrare immaginario ma è però un abitare reale. Da un articolo perfetto di Bernardo Valli su Repubblica, uscito giusto sei giorni fa, ne ho ricavato conferma di verità e sostanza: “I nomi dei fiumi sono mutati: non più l’Elba ma l’Eufrate. I dati geopolitici non sono gli stessi. Nel nuovo contesto alla lotta per il potere si aggiunge la teologia. Maometto risulta ravvivato, di fronte al concluso tramonto di Marx, quello volgare applicato nel socialismo reale. Il Capitale è stato riposto in biblioteca, mentre il Corano è più che mai spalancato. Nel conflitto mediorientale, in cui sono implicati America e Russia, ci si riallaccia infatti al Settimo secolo, alla morte del Profeta, quando i musulmani si divisero sulla successione, ed ebbe inizio la tenzone tra sunniti e sciiti. La rivalità millenaria tra i due islam coinvolge adesso Mosca e Washington (con alle spalle un’Europa divisa sulla questione). Il Cremlino sostiene il campo sciita, la Casa Bianca quello sunnita”.
Ecco, i liberali pensano che la storia sia un continuo scivolare in avanti del calendario, io che sono cattivo, invece, mi sono convinto che l’Eterno la sa proprio lunga su tutto. Ed è quella cosa lì la storia che si prende il comodo per le vie traverse dell’inaspettato e del disegno metafisico. Ogni volta che per lavoro e per studio mi succede di andare all’ambasciata iraniana mi capita d’incontrare Franz Galietti, fine analista, che, con un sorriso disarmante, mi fa: possibile che ogni volta che vai dai cattivi ti fai beccare dai fotografi? Ecco, quello di essere oggetto di attenzione da parte delle agenzie anti terrorismo solo perché bazzico l’orientalismo mi procura un senso di buffoneria più che di brivido e chissà se avranno fotografato, qualche sera fa, alla Casa del Cinema, in occasione di una serata dell’Istituto di cultura della Repubblica islamica dell’Iran, quella ragazza degna di una copertina di Vanity Fair. Proprio uno spettacolo: indossa il chador e una minigonna al contempo. Ci fosse stato un qualunque cronista del giornalismo di destra occidentalista, diocenescampi, ne avrebbe fatto il racconto dell’oppressione.

Il giornalismo però non è solo semplificazione, stupidità dello Spirito del Tempo e volgarità dell’ignoranza – incredibile come ancora oggi si faccia un uso fuorviante del concetto di jihad che è maschile, sottolineo maschile, ed è sforzo, non guerra – il giornalismo è anche lo strumento che prepara alla verità dei fatti come quando Igor Man, inviato in Afghanistan, durante la guerra con l’Urss, capì in anticipo che i sovietici non ce l’avrebbero fatta a piegare gli afghani per un semplice motivo, questo: aveva passato Igor due mesi ospite delle tribù di combattenti e altri due ne avrebbe dovuto trascorrere nella guarnigione sovietica, ospite dell’Armata rossa. Salutò i mujaheddin con sincero affetto pregustandosi però per i prossimi due mesi la possibilità di godere, in compagnia dei russi, della vodka. Arrivò agli alloggi degli ufficiali, bussò e già un primo segnale lo ebbe quando vide gli scarponi fuori dalla porta. Si aprì questa e, scalzo, gli venne incontrò il colonnello dell’Armata rossa che, con il Salam Wa Aleikum, elargì sulle guance di Igor i tre baci del benvenuto proprio della fratellanza islamica. Era musulmano, dunque, il colonnello. E quello dell’Urss, all’epoca, era il più potente esercito saraceno.
Io, di mio, ho trovato sempre gli alberghi a Tunisi; ho tremato di gioia rannicchiandomi nel minareto di Gesù, a Damasco per poi muovermi fino a Bosra, sempre in Siria, dove predicò Cristo il monaco Bahira, il santo cristiano che per primo riconobbe in Muhammad, il Profeta, i segni sacrissimi del suo Messaggio. Ho scritto un romanzo sulla vicenda del monaco Bahira. E’ “L’Ultima del Diavolo” e sono così legato a questo libro scritto per Mondadori da non aver mai avuto rabbia per il silenzio cui fu sottoposto da tutti, perfino dagli amici, giusto per proteggermi dalla rappresaglia liberale, dal loro stesso istinto di silenziarmi o di rendermi ridicolo. Ancora oggi sono fiero di essere riuscito in una cosa: scrivere il primo romanzo musulmano in lingua italiana.

Io, di mio, ho attraversato i portici e i cortili di al Azhar, la Luminosa. E’ l’università cairota fondata dai siciliani sciiti; sempre al Cairo ho visto la casa di Martin Lings, l’ex bibliotecario di Oxford tornato all’islam per concludere la propria esistenza accanto a Guénon. I due, nel Dopoguerra, dall’Egitto intrattennero una corrispondenza con padre Pio e se, con l’aiuto di Dio, un giorno potesse essere portato alla luce e pubblicato questo carteggio oso immaginare per il santo di San Giovanni Rotondo, la Pace su di Lui, un ruolo pari a quello di Bahira.

Io, di mio, mi sono incamminato nel solco del pellegrinaggio di Iskander, ovvero Alessandro Magno, dall’oasi libica a Elia Capitolina, ovvero al Quds, dove i legionari di Roma riconsacrarono il tempio ad Ammone perché, insomma, parliamoci chiaro: la paganitas è genitore e genitrice al contempo di un presagio, l’ur-monotheismus che non è un’ipotesi di scuola ma vena viva di un mondo che ancora oggi, a Qom, nella città sciita, trova in Platone un profeta e un santo.

Io, di mio, capisco che la questione è politica perché poi il Profeta, la Pace su di Lui, fu il Lodato, il Messaggero e il Capo politico di un popolo che dovette redimere dalla bestialità di una vita odiatrice della dolcezza umana e se questi seppellivano le neonate e abbandonavano le vedove tra le sabbie, si deve al Profeta l’elaborazione della Legge che diede loro il sentimento di giustizia, la protezione delle donne e l’elevazione al bene. Se non ci fosse stato l’islam, in Africa, ci sarebbero ancora i cannibali, dopo di che, certo, tutto ciò che è terreno ha la caducità dell’essere terreno ma siccome la questione è politica, non so che farmene della democrazia obbligatoria, il dettaglio è dettaglio e non è un caso se a piazza Cola di Rienzo, a Roma, nel monumento ai caduti italiani, ci sia scolpito un hadit del Profeta e cioè: “Il Paradiso è all’ombra delle spade”.

Ai piedi delle Madri sta la fatica del Cielo, anche questo è detto, e so pure qual è l’idea di Satana sulla terra: è il dominio dell’uomo sull’uomo, senza che alcuno possa avvedersene, anzi, ribaltando la prospettiva per cui la Rivoluzione francese, la più grande sciagura dell’umanità, diventa il bene mentre è male, malissimo, quello che innesto nella mia anima di uomo della tradizione: il continuare ad abbeverarmi alla fonte della sapienza islamica.

E’ il male più male possibile questo mio essere anche Giafar al punto che i simpatici ragazzi dell’Intraprendente.it, occidentalisti e liberali, hanno pensato che solo Satana possa essere un antidoto al male che mi divora e l’altra domenica, con un ciao ciao in forma di tweet, mi hanno fatto un evviva al Grande Satana dell’occidente dimenticando un dettaglio e cioè che se non si nomina il nome di Dio invano, stessa cosa vale anche per il Nemico che è persona altrettanto vera ma subdola nel suo nascondersi tra i boschi di metafore. Fossero pure metafore occidentali. Non crediate che l’islam sia quello raccontato da Bernard-Henri Lévy, altrimenti sarebbe come credere che il cristianesimo sia quello dei Testimoni di Geova. E non fate affidamento alla spazzatura di Internet perché per ogni gatto crocifisso da quattro baluba, musulmani per incidente d’anagrafe, ci sarà sempre un reverendo wasp con tanto di laurea che poi brucia il santo Corano.

Fa sempre spavento il destino. Viene da noi all’alba e viene da noi la notte come se fossimo sempre sotto il taglio della scure. A chi mi augura di morire, quanto prima, in un botto, dedico un sorriso. E all’amico che non mi ha più voluto come amico e che adesso – lo so – mi sta leggendo gli dico che, va bene, lui è nel giusto e io nell’errore. In questo preciso asse temporale lui è nel secolo americano mentre io, al contrario, sono nelle tenebre. Ma io ho un vantaggio. Io m’incammino a conoscere un mondo che lui si ostina a non voler riconoscere. E’ la sua stessa storia perché, infine, per dirla con Franco Battiato: “Il giorno della fine non ti servirà l’inglese”.

di Pietrangelo Buttafuoco

da: FOGLIO QUOTIDIANO, 23.06.2013

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