D’Annunzio / Ode alla Serbia

In occasione del 150° anniversario della nascita di Gabriele d’Annunzio (12 marzo 1863, Pescara) e del 75° della morte (1 marzo 1938, Gardone Riviera) vogliamo ricordare attraverso le parole del Vate il lungo corso dell’amicizia tra Italia e Serbia.

All’inizio della Prima Guerra Mondiale l’Italia parteggia per la Serbia contro l’austriaco e quasi due anni dopo salva più di 200.000 soldati serbi in rotta, portandoli in Italia. I Serbi non dimenticarono quello che l’Italia fece per salvare il loro esercito e le loro famiglie, né mancarono attestazioni di riconoscenza. Il comandante del Quartiere generale Serbo così scriveva al viceammiraglio Cutinelli-Randino, capo della IIa squadra e direttore supremo dello sgombro serbo dell’Albania: «Bene è intesa ed apprezzata dall’esercito serbo la vostra opera nobilissima per il trasporto dell’intera armata, compiuto in così breve tempo, su mare infido e superando ostacoli e difficoltà innumerevoli. Ora e sempre per quest’opera vi accompagnino o marinai d’Italia, la gratitudine e i voti di tutta la Serbia che sulle vostre navi oggi rinasce per affermare il sacro diritto all’esistenza contro l’aggressione e l’oppressione nemica».

Re Pietro mentre viaggiava verso Brindisi a bordo di una nave italiana, parlando con gli ufficiali, li ringraziò commosso per quanto loro e l’intera marina italiana avevano fatto in aiuto dei Serbi. Da Brindisi il Re Pietro e il Principe Alessandro si recarono a Corfù, dove fu insediato il Governo e il Parlamento serbo; quindi il re si trasferiva a Salonicco, dove giungeva pure il figlio per comandare l’esercito serbo riordinato; circa 120 mila uomini, che poco per volta vi erano stati mandati da Corfù. Per l’inoltro delle truppe serbe da Corfù a Salonicco la Marina Italiana mise a disposizione cinque grandi piroscafi, siluranti di scorta, e unità minori.

In che condizioni i serbi giunsero in Albania lo ricorda il Generale Bertotti, comandate del Corpo Italiano in Albania: «Si avvicinavano intanto i miseri resti dell’esercito serbo sconfitto. Precedevano i prigionieri austriaci. Di 50 mila, quanti erano partiti dalla Serbia, 20 mila circa erano periti nel terribile viaggio e le condizioni di deperimento di quegli sventurati avevano suscitato lo sdegno di tutti. Impartiti gli ordini per il loro trasloco a Valona e concordato con la Marina il loro imbarco, giunsero in uno stato compassionevole; una gran parte malati di tifo e di colera, e molti di loro morirono durante il trasferimento; si dovettero prendere energiche misure igieniche e dare ordini severissimi per salvaguardare l’incolumità sanitaria delle truppe italiane e, con molti stenti, si riuscì a frenare alcuni impulsi di soldati generosi che dimenticando se stessi, avvicinavano gli infelici e i morenti lungo il percorso per dare a loro aiuto e conforto. Spettacolo orrendo! Con l’intestino reso inattivo dai lunghi digiuni, molti alimenti, all’infuori del brodo e del latte, invece di risollevarli diventavano micidiali e letali, cosicché il numero dei morti aumentò spaventosamente».

«Si vedevano  – prosegue il Bertotti – i soldati meno affranti, muniti di un bastone, al quale si aggrappavano quattro-cinque disperati che si facevano trascinare, poi il grappolo umano si andava assottigliando fra la generale indifferenza, fino a che, liberatosi dal faticoso traino, solo più quello, il più forte procedeva nella marcia. Le giovanissime reclute serbe, quasi ragazzini, guidati dal colonnello Ristic, ridotte in condizioni pietose. Finalmente giunse l’esercito serbo: circa 100 mila uomini, con alla testa il vecchio Re Pietro, trasportato sopra un carro di buoi, diretti a Tirana e Elbasan; e 50 mila circa con alla testa il Principe Alessandro diretti a Scutari e Alessio. I soldati erano stanchi; quasi tutti privi di scarpe sostituite con brandelli di stracci, con gli indumenti laceri, coperti di insetti, affetti da malattie, si trascinavano a stento. Con le truppe viaggiavano famiglie borghesi e quelle degli ufficiali, in un disordine indescrivibile».

La Vittoria Mutilata sarebbe arrivata dopo poco e alla liberazione di Fiume da parte del Vate parteciparono anche molti serbi, in segno di riconoscenza e di amicizia verso l’Italia.

Nel 1915 il Vate, sollecitato dal direttore Luigi Albertini, scrisse per il “Corriere” un’ ode in difesa della nazione balcanica. E il Cossovo che turba le notti del Vate è la terra sacra alla coscienza serba: è li’ che, nel 1389, l’ intera nobilta’ serba si sacrificò in battaglia nel tentativo di fermare l’ esercito ottomano, cambiando per sempre la storia dei Balcani.

Il 16 novembre d’ Annunzio termina di scrivere la poesia. E’ lunga, ricca di riferimenti mitologici. E molto patriottica.

Ode alla nazione serba

I.

Qual è questo grido iterato
che lacera il grembo dei monti?
Qual è questo anelito grande
che scrolla le selve selvagge,
affanna la lena dei freddi
fiumi, gonfia l’ansia dei fonti?
O Serbia di Stefano sire,
o regno di Lazaro santo,
cruore dei nove figliuoli
di Giugo, di Mìliza pianto,
lo sai: hanno ricrocifisso
il Cristo dell’imperatore
Dusciano ad ogni albero ignudo
delle tue selve, ad ogni sasso
ignudo dell’alpe tua fosca,
gli han franto i piedi e i ginocchi
a colpi di calcio, trafitto
con la baionetta il costato,
rempiuto non d’acida posca
la sacra bocca ma di bile
rappresa e di sangue accagliato.

 

II.

Il boia d’Asburgo, l’antico
uccisor d’infermi e d’inermi,
il mutilator di fanciulli
e di femmine, l’impudico
vecchiardo cui pascono i vermi
già entro le nari e già cola
dal ciglio e dal mento la marcia
anima in cispa ed in bava,
il traballante fuggiasco
che s’ebbe nel dosso il tuo ferro
a Pròstruga, a Vàlievo, a Guco,
e l’acqua ingozzò della Drina
fangosa cercando il suo guado
e forte spingò nella Sava,
mentre l’ardir dell’aiduco
Vèlico rideva nell’aspro
vento come contro al visire
in Negòtino e le tue squille
squillavano a Cristo e il tuo monte
di Bànovo Berdo tonava
sopra la tua bianca Belgrado;

III.

O Serbia, lo squallido boia
per far di vergogna vendetta
e per boccheggiare nel sangue
prima che la lingua s’annodi,
per comunicare nel sangue
prima che la lingua s’annodi,
per anco leccar salso sangue
prima dell’eterno digiuno,
per compiere senza rimorso
la lunga sua vita terrena,
imperator di pie frodi
e re di fedele catena,
con alfine un’ultima stretta
di laccio, con una suprema
strangolazione, al soccorso
chiama i manigoldi bracati
contro te, cinquanta contr’uno
che in gola ti caccino il cappio
corsoio. “O Serbia di Marco,
dove son dunque i tuoi pennati
busdòvani? Non t’ode alcuno?”

 

 

IV.

Sì, gente di Marco, fa cuore!
Fa cuore di ferro, fa cuore
d’acciaro alla sorte! Spezzata
in due tu sei; sei tagliata
pel mezzo, partita in due tronchi
cruenti, come l’aiduco
Vèlico su la sua torre
percossa. Di lui ti sovviene?
Rotto fu pel mezzo del ventre,
e cadde. Il grande torace
dall’anguinaia diviso
cadde, palpitò nella pozza
fumante. Giacquero le cosce
erculee del cavaliere
a tanaglia; giacquero in terra,
si votarono. E nel fragore
della gorga grido si ruppe:
“Tieni duro!”. Fiele dal fesso
fegato grondò. “Tieni duro,
Serbo!” Dalle viscere calde
tal rugghio scoppiò: “Tieni duro!”.

 

V.

Tal rugghio la Vila raccolse.
Tutte le tue Vile di monte,
tutte le tue Vile di ripa
raccolsero il ferreo comando;
e tu ‘l riudisti pur ieri.
L’ode la terra tegnente:
non verdeggerà per tre anni.
L’ode su la nuvola il cielo:
non stillerà per tre anni
rugiada. Che monta, o guerrieri?
Il capo del Santo di Serbia,
il teschio di Lazaro splende
non nella Sìniza sola
ma in ogni fiumana. Ecco, ringhia
il grande pezzato cavallo
di Marco, e si sveglia l’eroe
squassando i capelli suoi neri.
Re Stefano vien di Prisrenda;
sorge dalla Màriza cupa
Vucàssino; s’alzano a stormo
da Còssovo i nove sparvieri.

 

VI.

E grida la candida Vila
dal crine del Rùdnico monte,
sopra la Iacèniza lene;
grida e chiama in Tòpola Giorgio
che ristà poggiato all’aratro.
“Or dove sei, Pètrovic Giorgio?
Qual fumido vino ti tiene?
Qual t’occupa sogno? Non m’odi?
Dove sei, buio bifolco?
Dove sono i tuoi voivodi?
Dov’è il voivoda Milosio?
Giàcopo e il calogero Luca?
e Zìngiaco? e Chiurchia? e Milenco
della Morava? A simposio
seggono? Ucciso hanno il giovenco
e trinciano, e cantano lodi?
Beono alla gloria di Cristo
che li aiuti? beono in giro?
E sul buccellato di farro
scritto è tuttavia: Cristo vince.
Ma non v’è quartiere pei prodi.

 

VII.

Bulica il sangue dei prodi
al cavallo insino alla staffa,
insino alla staffa e allo sprone.
Diguazza il fante nel sangue
insino all’inguine e all’anca;
v’affoga, se v’entra carpone.
Le donne rivoltano i morti
pel bulicame, né sanno
figlio ravvisare o germano.
Son tutti un rossore, una piaga
tutti, come al campo del conte
i maschi di Giugo Bogdano.
Più corpi enfii che scerpate
radiche porta il Danubio
né sa a qual riva deporre;
rigurgita il Vàrdari ai groppi;
la Sava è una vena svenata
che gorgoglia giù per le forre;
è schiuma del Tìmaco a sera
canizie che galla; e la Drina
veloce è un carnaio che corre.

 

VIII.

Su, Giorgio di Pietro, bovaro
di Tòpola, su, guardiano
di porci, riscuotiti e chiama!
Prenditi al tuo fianco i tuoi fidi;
Ianco il savio e Vasso il furente.
Prenditi con teco gli aiduchi
che danzano sopra le vette
degli aceri. Vèlico, or ecco,
all’anguinaia il torace
rappicca come prima era,
e dentrovi il fegato ardente.
Su, su, porcaro di Dio!
Il turbo di Mìsara, or ecco,
pei gioghi della Sumàdia
raggira l’antica vittoria,
sparpaglia la nova semente.
Altre mandrie tu caccerai
dinanzi a te, altri branchi
più irti, altro bestiame
più tetro, altro sagginato
coiame, altra sordida gente.

 

IX.

Sovvienti? Diceano i padri
un tempo, sedendo a convito:
“Ve’ porco di Bulgaro nero
che tutt’oggi dietro ci tenne
pel tozzo e ‘l bicchiere di vino
e per un lacchezzo d’agnello!”.
Non per tozzo il Bulgaro nero
e né per gocciol di vino
e né per minuzzo di carne,
ma per tutto prendere alfine,
per tutto a te prendere alfine,
per tutto a te togliere alfine,
la terra il nome il soffio il bianco
degli occhi lo stampo dell’uomo,
per questo il Bulgaro nero
dietro ti venne, alle spalle
ti dà, alle reni t’agghiada.
Tre n’hai, e col Bulgaro nero:
fanno tre viltà una forza.
Ma guarditi il fegato secco
Dio, o macellatore di porci.

 

X.

Pigliaron Semendria la regia,
pigliarono, ed anche la bianca
città, Belgrado la regia,
in una geenna di fiamme:
dal Lìparo al Vràciaro grande,
fornace fu ogni collina.
Pigliarono Lùciza, ed anche
Sclèvene pigliarono, e l’una
e l’altra colmaron di mosto,
di lúgubre mosto, due tina.
Iplana rempieron di vegli
senz’occhi, di femmine senza
mammelle, di monchi fanciulli
carponi a leccar la farina.
E di Sòpota la meschina
ei fecero lor beccheria
trinciandovi la battezzata
carne (o Battista!), e l’altare
lor tavola fu sanguinente:
strapparono al prete la lingua
con sópravi l’ostia vivente.

 

XI.

Ma ben di Verciòrova scorse
il Rùmio dagli occhi di druda,
dal viso di cera dipinto,
gallare nel freddo Danubio
i Lurchi enfii, rivoltolarsi
a mille pel grigio Danubio
fra Rame Dubràviza i morti,
fra Sip e Tèchia gli uccisi
sotto la montagna di Tèchia
crosciante qual torcia di ragia,
a grappoli i corpi dei Lurchi.
Non Lipa è villata che mangi:
è mucchio che pute. Non colle
che frutti è Trivùnovo: è mucchio
che vèrmina. Vrànovo è mensa
di corbi e Vuiàn d’avvoltoi.
O razza di Cràlievic Marco,
l’usura tu fai con la strage!
Sotto Orsova, dove il mal fiume
s’insacca, ora Bulgari e Lurchi
si giungono, stèrcora e fecce.

 

XII.

Sì, presero i valichi e i passi,
li presero; e noi i nostri guati
tegnamo. Sì, Uzice e Ràlia,
presero, e Strùmiza e Vrània,
e Cràlievo presero, e Lacle,
villate e città, mura e ripe;
ma dove più ossa che selci,
più teschi che ciottoli dove
lasciarono? Presero e Nissa
l’antica, vestita a gramaglia,
oité, santa Serbia, di neri
drappi vestita le case
dolenti ove suda il contagio
e l’odore vieta la porta.
Presero e Scòplia l’antica
(oité, santa Serbia, fa pianto),
la casa che in prima all’Iddio
tuo edificasti con pietre,
e quivi la rocca, la guardia
dell’imperatore Dusciano.
O Serbia, in ginocchio fa pianto.

 

XIII.

Poi rìzzati e balza e riprendi
la chiesa e la rocca, l’altare
e il mastio, l’impero e la sorte.
Il verde Vàrdari tingi
come la Nìssava a Vlasca,
colora il Vàrdari come
lo stagno di Vlàsina fatto
già bulgaro brago di morte.
Ma il Tìmaco, o gente di Giorgio
che scannò il suo padre con sacra
mano perché servo non fosse,
il Tìmaco tingi in eterno,
in eternità dell’infamia,
dalla sorgente alla foce
e insino alla melma profonda,
per le tue donne calcate
dallo stupro contro la sponda,
pei pargoli tuoi palleggiati
e scagliati come da fionda,
per chi teda fu, per chi arso
fu fiaccola furibonda.

 

XIV.

Tronco s’ebbe Lazaro il capo
nel piano di Còssovo, e perso
fu il regno, fu spenta la gloria.
Da Scòplia il Bulgaro nero
al piano di Còssovo sfanga
fiutando l’ontosa vittoria.
Tieni duro, Serbo! Odi il rugghio
di Vèlico che si rappicca
e possa rifà. Tieni duro!
Se pane non hai, odio mangia;
se vino non hai, odio bevi;
se odio sol hai, va sicuro.
Non erbe coglie nel monte
la Vila, non radiche pesta,
per le piaghe a te medicare.
Non a ferita combatti,
a morte sì, per l’altare
combatti e pel focolare.
Se caschi in ginocchio, ti levi;
se piombi riverso, e ti levi;
se prono, e ti levi a lottare.”

 

 

XV.

Così parla al sangue la Vila
dal crine del monte, la Vila
così stride e chiama a battaglia.
O Serbia, fa cuore! T’è l’odio
osso del dosso, armamento
t’è l’odio e t’è vittuaglia.
A Còciana ancor si combatte
e si combatte a Piròte;
a Tètovo è lungo macello,
e a Babuna tra le due vette.
A Ràzana i tuoi cavalieri,
al passo d’Isvòre i tuoi fanti,
a Glava le donne tue scarne
con le coltella e le accette.
Le madri combattono in frotta
col pargolo al seno e lo schioppo
alla gota, o dritte su i carri
tirati dai bufali torvi
le gravide, o in sella con due
pistole come la grande
Ljùbiza, ghiottume di corvi.

 

XVI.

Qual è questo riso che scoppia
come manrovescio potente?
È il riso di Vèlico aiduco
dalla dentatura d’alano.
Che vede egli? un Bulgaro nero
perdere i suoi trenta dinari?
un Lurco basire, calando
le brache e levando la mano?
il pennacchin tirolese
del boia longevo che crocchia
e affoga nel flusso senile?
o il tronfio Amuratte alemanno,
soldano d’eunuchi cinghiati,
trar la scimitarra scurrile?
Che vede di turpe e di vile
lo schernitore, che vede?
Ve’ ve’ bagascion di corona,
ve’ bardassa in Cesare vòlto,
di unguenti asiatici liscio
che piglia da Cesare Giulio
il letto di re Nicomede!

 

XVII.

Tastalo con le tue dure
mani, questo sacco di dolo
e di adipe, o Vèlico, questo
sacco di lardo e di fardo.
Cesare dei Bulgari neri,
come Simeone, è costui,
come Caloiàn di Preslavia,
è questo Coburgo bastardo?
Tu che metter suoli la lama
tra i denti, aiduco, se vuoi
aver la pistola nel pugno,
tu tagliami questo codardo
con la squarcina del fiso,
tagliuzzalo come lombata,
condiscilo poi con zibetto,
con cinnamo e con spicanardo.
Lo manderai così concio
alle meretrici di Scòplia.
E che il tuo scherno s’appigli,
che il tuo riso crepiti e scrosci
ai tuoi come un fuoco gagliardo!

 

 

XVIII.

O Serbia, che avesti regina
di grazia Anna Dandolo e desti
del ceppo regale di Orosia
a un Buondelmonte la sposa,
odi: la Vittoria è latina,
ed ella è promessa al domani.
è una pura vergine bianca
(non è la tua Vila a lei pari)
più lieve della tua Vila
selvaggia che col piè nudo,
in vista dell’oste schierata,
danzò su le lance dei bani.
Diceano intanto gli araldi
in Prìlipa a Marco: “O signore,
contendono i re, dell’impero.
A chi sia l’impero e’ non sanno.
Ti chiaman di Còssovo al piano
che tu dica a chi sia l’impero”.
Un grida: “Al Latino è l’impero.
Per forza a lui viene l’impero.
Roma a lui commise l’impero”.

 

XIX.

Lode all’uno, grazie al verace!
In Còssovo teco i Latini
combatteranno domani
sotto il gonfalone crociato,
mentre il Lurco “A me è l’impero”
grugna “ché la forza s’alterna”.
Sarà coi Latini domani
la grande lor vergine bianca.
Già misto il lor sangue col tuo
ebbero a Valàndovo, sacre
primizie. Ora Vèlese è rossa
di quelle, e vermiglia è la Cerna.
Tra le corna sta di Babuna
la pertinacia non rotta
e in Prilipa avvampa la fede.
O Rumio dagli occhi di druda,
a che musi verso la steppa,
bilenco tra rischio e mercede?
E tu, vil Grecastro inlurchito
che palpi le sucide dramme,
non odi il cannone di Dede?

 

XX.

O falso Dace, che vanti
la gloria del nome latino
e non pur sei degno del nome
barbarico ch’era tremendo
né mondo pur sei della lebbra
d’Asia che tuttora ti squamma,
or quando entrerai nella lite?
Quando la Colonna traiana,
di pietra fattasi fiamma,
t’andrà camminando dinanzi
come la Colonna divina
in Etam dinanzi ai figliuoli
d’Israele verso il deserto
lenito e per l’acque spartite?
Ma tu, o Greculo, merca.
Da tempo son morti i tuoi clefti.
Si leva di giù Bucovalla
e sputa su te dal carnaio.
Venditi. Non già ti compriamo,
non per una sucida dramma.
Ma ti pagheremo d’acciaio.

 

XXI.

È tempo, è tempo. La notte
precipita. Sta sopra tutti
la legge di ferro e di fuoco;
e questo è il supremo cimento.
Prudenza è vergogna, disfatta
il dubbio, delitto il riposo,
viltà ogni vana parola,
e l’indugio è già perdimento.
Popolo d’Italia, sii schiera
appuntata a guisa di conio,
schiera di tre canti romana,
che cozza scinde e s’incugna.
Popolo d’Italia, sii chiusa
falange, con fronte ristretta,
fasciata d’ardore, scagliata
come un sol vivo alla pugna.
Popolo d’Italia, sii come
la forza dell’aquila regia
che batte con l’ala, col rostro
dilania, ghermisce con l’ugna.

 

 

E v’è uno Iddio: l’Iddio nostro.

 

16 novembre 1915.

 

Note:
Stefano soprannominato Dusciano dalle molte pie elemosine che fece (nell’anno 1346 pur al nostro santuario di San Nicola di Bari donò una rendita di dugento perperi in continuo per la cera) fu della stirpe nemànide quegli “che coronò la grandezza del nome serbico e forse ne preparò la ruina”. Silni fu chiamato dal popol suo, cioè il Possente; e nella ragunata dell’anno 1340, in Scoplia, gridato cesare dei Serbi, dei Bulgari, dei Greci, e “primogenito di Cristo”.
Lazaro Greblanovic, conte, creduto figliuolo naturale di Stefano, fu l’ultimo re grande di Serbia. Ebba Mìliza per donna, d’insigne sangue, d’animo insigne. Nell’anno 1389 sul piano di Cossovo fu dal Turco reciso a un tratto il vigore della nazione e a Lazaro il capo; che poi, gettato nella corrente, raggiò a miracolo. Venne il re misero dalla pietà della sua gente posto tra i santi, come confessore e martire della patria, in Ravàniza sepolto, nella chiesa da lui costrutta “del proprio pane e della propria ricchezza, e senza le lacrime dei poveretti”.
Perirono in Cossovo, col sire, i nove prodi Giugovic, i nove figliuoli del vecchio Giugo Bogdano, fratelli di Mìliza infelice. “Ecco muore Bogdano il vecchio, e periscono i nove Giugovic, al par di nove candidi falchi, e tutta perisce l’oste loro” si narra nel carme eroico.
Vàlico fu, nel duro tempo di Giorgio il Nero (Kara-George), il più terribile degli aiduchi. La guerra egli amava per la guerra, sicché sempre pregava Dio che la Serbia non venisse in pace se non dopo la sua morte. Avendogli Giorgio assegnato la difesa della rocca di Negòtino e della terra circostante, egli con qualche migliaio d’uomini sostenne maravigliosamente, l’assedio. Senza più vettovaglia, senza munizione, senza speranza di soccorsi, in un mucchio di rovine fumanti, sotto la minaccia d’un nemico venti volte più numeroso, non cedette; anzi di giorno e di notte moltiplicò le sortite temerarie, sempre valido, ardente, fidente, gaio. Avendo avvistato in lontananza una compagnia di Serbi e volendo abboccarsi col capitano, monta a cavallo, salta il fosso; con la sciabola tra i denti, con la pistola nel pugno, seguito da un solo de’ suoi, traversa il campo ottomano a furia. Si toglie di bocca la lama per gridare, a squarciagola: “O cani, ecco l’aiduco Vàlico!” Nessuno osa contrastargli il passo. Compie egli il suo disegno e rivolge la briglia a gran galoppo. Fende di nuovo la ressa ostile gridando: “O cani, ecco l’aiduco Vàlico che torna!”. Gli è libero il passo. Egli rientra in Negòtino fra le sue torri mezzo diroccate.
Ma fu, una mattina, nel fare la ronda, riconosciuto da un cannoniere turco e preso di mira. La palla lo colse, e in due lo spezzò. Ai suoi che accorrevano egli ebbe il fegato di gridare quella parola che oggi è la legge dei Serbi, la nostra, quella dei nostri alleati.
Vucàssino ammazzato il pio imperatore Urosio figliuolo del grande Stefano, usurpò il regno; ed ebbe titolo di despota in prima, poi di re di Serbia e di Romania. Guerreggiò sempre, in vicenda di vittorie e di sconfitte; e trovò morte alfine in battaglia campale, affogato nella Màriza sanguinosa (1372)
Celeberrimo dei suoi eredi il primogenito, Marco, detto Cralievic, cioè figliuolo del re, lo stupendo eroe cantato nel poemi epici della nazione serba. Quando Marco ebbe trecent’anni, trecent’anni di giustizia e di guerra, la Vila gli annunziò la morte prossima e Dio lo addormentò in un sonno che non si romperà se non quando gli si sguainerà da sé la lunga spada. Ecco, s’ode il suo grande cavallo macchiato nitrire, e la spada è già nuda…
Uno dei canti epici più belli racconta come Marco di Prìlipa giovinetto sia chiamato ad aggiudicare l’impero fra i contendenti. “Re Vucàssino dice: “è mio”. Uliesa despoto: “no, gli è mio”. Il voivoda Goico: “no, ch’è mio”.” Il giustissimo eroe lo aggiudica a quello che è da lui reputato legittimo erede. “Il libro dice: “ad Urosio l’impero”.”
Le Vile sono una sorta di deità che abitano i gioghi, i boschi, le fiumane. Vengono a soccorrere, a incitare, a consolare, a medicare i combattenti. Cavalcano sopra le nubi, sul crine dei monti, danzano sopra lance rizzate; annunziano, predicono, ammoniscono.
Sempre ebbero grande animo le donne serbe. Anche oggi combattono a piedi e a cavallo, come combatteva Ljùbiza, la moglie di Milosio Obrenovic; la quale rincuorò il marito che per lei “dalla fuga volò sùbito alla vittoria”; e sempre di poi ella “col vigore proprio accendeva lo spento coraggio de’ suoi”.
Le patrizie veneziane Anna Dandolo (1217-1221) e Costanza Morosini (1321) furono regine di Serbia: e il patrizio fiorentino Esaù de’ Buondelmonti (1386-1403) sposò una donzella della Stirpe regia di Orosia.
Footer