Buttafuoco: “Il nuovo Papa? Come Padre Pio, per riaffermare il senso del sacro”

di ritorno dal Monte Athos, dove il Sacro è presente sulla terra, ci sembra ancora più azzeccata, e come sempre puntuale e condivisa, l’intervista di Pietrangelo Buttafuoco comparsa su Libero.

da: Libero del 6 marzo 2013

«Il nuovo Papa dovrebbe innanzi tutto essere scelto al di fuori delle logiche mondane. Vorrei un Pontefice che riaffermi il senso del sacro e ci riconsegni una Chiesa che non sente più il bisogno di scimmiottare i laicismi e la modernità. Una Chiesa che sappia sconfiggere il nichilismo e restituisca al Padre Nostro il suo vero senso, che non è “liberaci dal male” ma “liberaci dal Maligno”. Il quale è una persona: è l’Antagonista, colui che nega». Pietrangelo Buttafuoco, romanziere e studioso catanese che ha indagato lo stato di salute spirituale degli occidentali – ricavandone, da assertore della Tradizione, risultati poco confortanti – in un denso saggio pubblicato da Bompiani nel 2008, “Cabaret Voltaire. L’Islam, il sacro, l’Occidente”, ha le idee chiare circa le caratteristiche che dovrebbe avere il prossimo vicario di Cristo. «La Chiesa deve misurarsi con l’eterno, non con la cronaca spicciola. Al soglio di Pietro vorrei salisse un Padre Pio. Oppure che vi facesse ritorno Pio XII. Ho il timore che invece, nell’individuazione del Pontefice, ci si possa regolare in base al discutibile criterio dell’esotismo».

Molti commentatori concordano nel vedere nella decisione di Ratzinger una caduta nella laicità.

«Non credo abbiano torto. Penso anche io che, da un punto di vista metafisico, quella di Benedetto XVI sia stata una resa alla laicità. Nessuno può permettersi di giudicare la fede altrui, meno che mai quella di un capo spirituale, ma mi pare indubbio che quanto compiuto da Ratzinger rappresenti, per la Chiesa, una specie di colpo di grazia. Che per la Chiesa fosse finita, del resto, si era capito quando vennero introdotte le schitarrate durante la messa, cioè quando la Chiesa ha rinunciato al rito. E rinunciare al rito significa rinunciare alla passione di Cristo. Il Golgota è stato rimosso dalla coscienza dell’Occidente, ma per un cristiano è fondamentale che il Figlio di Dio affronti il Calvario prima di risorgere. Oggi davanti a un crocifisso si passa con indifferenza, si fanno spallucce». 

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A cosa non rinuncia, invece, la Chiesa?

«Siamo dominati da una teologia che porta avanti idee come quelle del teologo Vito Mancuso, il quale ha detto che, se anche un giorno si rinvenissero in un sepolcro le ossa di colui che per un cristiano è il Risorto, la sua fede non muterebbe di una virgola. Il che equivale a dire: che Cristo sia risuscitato o no nella carne per me non fa differenza. Un simile pensiero indica che il cristianesimo occidentale si è trasformato in cristianismo, diventando un’ideologia dell’etica, un manuale di comportamento. Niente di avvicinabile alla forza di una religio, a quell’entità capace di “legare” assieme i padri e i figli. Di fronte a un accadimento come le dimissioni di Ratzinger,  a questo atto così intollerabilmente umano, Nietzsche si sarebbe messo a urlare».

Chi altri avrebbe urlato?

«I mistici, i santi, forse anche alcuni incalliti peccatori. Loro, di fronte alla missione a cui erano stati chiamati, non avrebbero abdicato. Mi viene in mente il doge veneziano de “I due Foscari” di Verdi, che pur di non rinunciare alla propria carica, come gli veniva richiesto dal Consiglio dei Dieci, si lascia morire. Se anche esiste, in Vaticano, una curia maligna che ha ostacolato la sua azione pastorale, Benedetto XVI doveva resistere: tutti i mistici, non a caso, ritengono centrale e imprescindibile l’esperienza del combattimento contro il Maligno».

Il gesto di Ratzinger l’ha sorpresa?

«Non più di tanto. Alcune iniziative dell’ex Pontefice mi avevano già colpito in modo non positivo, dal discorso di Ratisbona al battesimo di Magdi Allam, che mi parve un atto inutilmente esibizionistico (sarebbe stato molto meglio se a impartire il sacramento fosse stato un anonimo sacerdote, lontano dai media). E poi Ratzinger, anche se lo si è voluto far passare per tale, non è mai stato un tradizionalista. Fu anzi uno dei principali redattori dei testi del Concilio Vaticano II, che per la Chiesa è stato una sorta di legittimazione della Rivoluzione Francese. Io mi rifaccio a Cristina Campo, ad Attilio Mordini, a Gómez Dávila: la Tradizione non è etica, è lotta tra la fragile anima dell’uomo e il Maligno, una delle cui seduzioni consiste proprio nell’ammantare ogni cosa con l’abito della morale».

Come può salvarsi la Chiesa di Roma?

«Attraverso lo spirito di popolo. Senza le preghiere popolari, senza il presepio di San Francesco, senza l’altare della festa di San Giuseppe, senza questi cardini della Tradizione, della Chiesa non sarebbe rimasto nulla. Se tutto viene affidato all’istituzione ecclesiastica, che è divenuta qualcosa di simile a un enorme ufficio di servizi sociali, non c’è più speranza. Quando crollò il comunismo, i tedeschi dell’Est iniziarono ad affollare i sexy shop, mentre i russi tornarono a riempire le chiese ortodosse. Come mai? Perché lo spirito del popolo russo ha custodito la sua identità attraverso Dostoevskij, Florensky, Solženicyn… Mi chiedo: cosa vorrà e potrà custodire, l’Italia?».

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