Bosnia: vent’anni dopo

Sulla rivista “Latinoamerica”, diretta da Gianni Minà, è comparso recentemente un articolo a firma di Enrico Vigna che ha suscitato un vespaio di polemiche tra gli “addetti ai lavori”.
Lo riproponiamo non per il mero gusto della polemica fine a sé stessa ma perché fermamente convinti che solo il dibattito – inteso come la disamina seria, storica e scientifica tra specialisti – possa fare chiarezza sui tragici avvenimenti che hanno insanguinato i Balcani negli ultimi 20 anni.
Il confronto tra diverse opinioni, dati e testimonianze, è fondamentale a contribuire alla costruzione di una visione più ampia e corretta degli accadimenti.
Le censure e i roghi in piazza, i vergognosi e infami attacchi personali, l’arrogante pretesa di essere proprietari e unici distributori della “Verità” … ci stupiscono sempre per la violenza e la facilità con la quale vengono perpetrati a condanna di chiunque.
Rimaniamo quindi felici di esserci seduti, fin dall’inizio di questa avventura, dalla parte del torto visto che, come si dice, tutti gli altri posti erano occupati.

 

 Bosnia: vent’anni dopo

Nel 1991 con le secessioni di Slovenia e Croazia, ha inizio la distruzione della Jugoslavia ( RFSJ), che nel 1992 investe anche la Bosnia Erzegovina (BH), attraverso un “golpe” interno effettuato dal Presidente di turno musulmano A. Izetbegovic, che si rifiuta di lasciare il posto a R. Karadzic della componente serba, com’era la regola di rotazione nella Costituzione bosniaca. Come si scoprirà poi ufficialmente, era un piano di destabilizzazione architettato e diretto dalla cosiddetta “ Comunità Internazionale” ( da leggere come USA, UE, NATO), più alcuni paesi arabi islamisti quali la Turchia, l’Arabia Saudita e alcune componenti fondamentaliste come Al Qaeda; va sottolineato che l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad furono sempre fino in fondo, alleati e difensori della Jugoslavia.
Nel febbraio dello stesso anno viene indetto un referendum illegale per la secessione, a cui partecipa il 65% della popolazione ( la maggioranza della componente musulmana legata all’SDA e quella erzegovinese croata), che sceglie la secessione a grande maggioranza.

Questo atto sancisce la fine della BH multietnica e multireligiosa, e l’accensione di un processo drammatico e tragico quale è stata la guerra di Bosnia, che spezzerà la vita di oltre centomila persone e drammi che investiranno intere generazioni.

La comunità serba, quella jugoslavista e oltre ottantamila musulmani jugoslavisti, decisero anch’essi l’autodeterminazione entro le aree a prevalenza serba, formalizzando la Repubblica Serba di Bosnia (RS), con capitale Pale, sopra Sarajevo, della quale alcuni quartieri scelgono la RS.

L’ultima occasione per impedire la guerra civile fu nel marzo 1992, quando a Lisbona nella I Conferenza di Pace per la Bosnia venne sottoscritto da tutte e tre le parti, un accordo, noto come il “Piano Cutileiro” ( allora alto rappresentante della UE e Ministro degli Esteri portoghese), che prevedeva la cantonizzazione della Bosnia. Nei giorni successivi la firma, i rappresentanti musulmani secessionisti e croati, furono convocati negli Stati Uniti dove vengono convinti a ritirare la firma e rifiutare la soluzione di pace trovata. Lo stesso Cutileiro denuncerà pubblicamente in una lettera sull’Economist del 9/12/1995, la parte musulmana e croata di aver voluto la guerra.

Lo stesso Izetbegovic, in una dichiarazione alla TV di Sarajevo, predisse quanto sarebbe avvenuto: “…ogni nuova vita nasce nel sangue, ed anche il nuovo stato islamico in Bosnia dovrà nascere nel sangue…”.

Il 6 aprile 1992 ( …anniversario dell’invasione nazista della Jugoslavia del 1941, tempo in cui lo stesso Izetbegovic era al fianco dell’invasore nazista…), la Bosnia ha il primo riconoscimento da USA ed UE come stato indipendente; subito dopo il 7 e 8 aprile, viene proclamata la Repubblica Serba di Bosnia, su circa il 65% del territorio. Era l’inizio dello scontro.

Il 10 e 11 aprile la NATO compie i primi raids sui serbi.
Il 12 aprile l’Armja musulmana attacca le caserme della JNA ( l’Armata Popolare Jugoslava); quindici giorni dopo il governo jugoslavo decide il ritiro delle forze armate federali dalla Bosnia che sarà completato il 6 giugno.
Il 27 aprile 1992 Serbia e Montenegro proclamano la nuova RFJ.
Il 27 maggio avviene la prima strage a Sarajevo, quella cosiddetta del “pane” a Vasa Miskin, con un colpo di mortaio che uccide dozzine di civili e bambini; stranamente sul posto vi era una telecamera già predisposta a filmare in diretta. Le immagini drammatiche fecero il giro del mondo, indicando nei “ macellai” serbi i responsabili; alcuni anni dopo, viene alla luce un documento interno dell’ONU, dove si ammette che la strage era stata fatta da elementi dei servizi islamisti; lo stesso è scritto in un rapporto della Task Force antiterrorismo USA, operante lì.

All’inizio del ’93 cominciano “rivelazioni” circa presunti “campi di sterminio” serbi ed una campagna sulle decine di migliaia di donne musulmane violentate dai serbi; negli anni seguenti ex generali, giornalisti, ex ambasciatori ed ex funzionari ONU, documenteranno queste campagne come preordinate, pianificate strategicamente e false. Tra tutti P. Brok su “ Foreign Policy” smaschera innumerevoli falsità e la Commissione Donne dell’UE, negherà la veridicità delle accuse generalizzate, relative alle donne musulmane.

Questo non significa negare la crudeltà e ferocia dei meccanismi distruttivi in questa guerra, come di tutte le guerre.

Nel settembre 1993, i musulmani della regione di Bihac, guidati da Fikret Abdic, oppositore di Izetbegovic (di cui aveva preso più voti tra i musulmani, ma poi costretto a dimettersi…) costituiscono la “ Provincia Autonoma della Bosnia occidentale” staccandosi dalla Federazione Croata Musulmana di Sarajevo e combattendo con l’Armata Serbo Bosniaca per tornare a vivere insieme pacificamente. Furono oltre 60.000 i musulmani sotto Abdic.

Il 5 febbraio 1994, un’altra strage di civili con 68 morti, viene commessa al mercato di Markale, nel centro di Sarajevo, immediatamente attribuita ai serbi su tutti i Media occidentali. Il 6 giugno 94, Akashi delegato speciale per l’ONU in Bosnia, dichiara alla DPA (Deutsche Presse Agentur), che un rapporto segreto dell’ONU aveva stabilito da subito, la responsabilità della stessa alla parte musulmana, ma che Boutros Ghali, aveva deciso di non rivelarlo, per motivi di non opportunità.

Nel marzo 1994 gli USA impongono la cessazione della guerra tra croati e musulmani e la costituzione di una vera Federazione Croata Musulmana, anche come esercito, che invece, fino a quel momento si erano confrontati violentemente sul campo; è una mossa vincente, da questo momento le sorti della guerra vengono rovesciate e la parte serba comincia il suo declino.

Il 19 agosto 1994 il V Corpo Armato bosniaco musulmano, attacca la “ Provincia Autonoma della Bosna occidentale”, e dopo giorni di durissimi combattimenti la conquista. Per tre giorni dopo la presa di Velika Kladusa, il capoluogo, nessun osservatore internazionale potè entrare; ci furono migliaia di morti, esecuzioni, stupri, mutilazioni, denunciati dai fuggiaschi ma nessuno ha mai riportato le loro denunce. In pochi giorni circa 50000 persone, tutti musulmani scapparono verso la Krajina serba in Croazia…in fuga non dai loro fratelli serbi, ma dai loro correligionari musulmani. Cosi come Ismet Djuheric, colonnello musulmano a capo delle Unità “ Mesa Selimovic”, al comando di migliaia di musulmani jugoslavisti, che erano parte dell’Esercito Serbo bosniaco. Quanti conoscono queste cose circa la guerra di Bosnia?

Nel frattempo Sarajevo è una città martoriata dalla guerra tutto intorno ed al suo interno, un assedio durissimo che ha coinvolto tutti, musulmani, serbi ( decine di migliaia di essi erano assediati in alcuni quartieri … dentro l’assedio, come Grbavica). Un assedio sicuramente terribile e tremendo, ma che, come dichiarato in una intervista da un vice comandante della Brigata bosniaca Emir Topacovic, fratello del leggendario comandante CACO, ha anche aspetti molto strani e inquietanti. Egli, da comandante militare, afferma per esempio che in realtà Sarajevo poteva essere liberata molto prima: “…Ma tanti personaggi al potere, sia politici che militari, si sono arricchiti come nababbi… C’era una volontà politica di lasciare la città sotto assedio. Ogni volta che sfondavamo le linee nemiche, arrivava un ordine dalla Presidenza di rientrare… Per Izetbegovic e il suo partito ( l’SDA), l’assedio e stata un’arma di propaganda internazionale fortissima, che lasciava a poche famiglie, i Gencic, i Sacirbej, gli Izetbegovic la gestione del potere e degli affari…”

Come il famoso “tunnel” sotto l’aeroporto, che arrivava a pochi metri dalle postazioni serbe, utilizzato da civili e militari per entrare e uscire dalle città, ha reso…decine di miliardi, in quanto veniva affittato ai trafficanti di guerra e alla criminalità per 40.000 marchi all’ora….Il tutto sulla pelle di decine di migliaia di cittadini di ogni etnia e sulla “credulità” dell’opinione occidentale. Cosi come le denunce delle responsabilità musulmane circa l’assedio, da parte del comandante le forze ONU McKenzie, al “The Guardian”, o del generale francese Morillon, comandante dell’ UNPROFOR ( Forze Protezione ONU in Bosnia), che ha ripetutamente accusato i bosniaco musulmani di aver sistematicamente fatto fallire, tutti i tentativi di porre fine all’assedio di Sarajevo e a raggiungere il cessate il fuoco.

Il 28 agosto 1995, una seconda strage a Markale, 37 morti, nuovamente attribuita ai serbi, fa scattare un’indignazione generale internazionale, e permette alla NATO di attaccare e distruggere di fatto la forza militare serbo bosniaca. Anche qui verrà poi alla luce, che anche questa strage fu fatta da unità segrete dell’esercito musulmano, addirittura appoggiate dai servizi segreti occidentali. Numerose fonti, perfino anche sul Sunday Times, rivelarono la mano di militari musulmani e le menti in Europa occidentale.

A giugno ’95 le forze Serbo bosniache occupano Srebrenica, dopo che negli anni precedenti le milizie musulmane guidate dal criminale di guerra Naser Oric (assolto poi dal TPI all’Aja…), avevano raso al suolo 156 villaggi situati intorno all’enclave protetta dall’ONU uccidendo e massacrando oltre 3282 uomini, donne, vecchi e bambini.

Testimonianze e documenti di Generali come P.Morillon, come gli studiosi statunitensi del “Research Group for Srebrenica”, dei soldati olandesi presenti in loco, del giornalista canadese B. Schiller, hanno stabilito in 1430 morti della parte musulmana, tutti combattenti e colpiti da colpi non ravvicinati, intesi come esecuzioni sommarie. Anche questa una tragedia, dove le vite umane sono annegate in bagni di sangue fratricidi , con un unico risultato per le genti del posto: altro odio reciproco. E’ stato uno scontro militare, non un massacro.

Nel dicembre 1995 mediante i cosiddetti “Accordi di Dayton” si mette fine a 3 anni e mezzo di guerra in Bosnia.

La Bosnia di oggi. E’ migliore, per i suoi popoli, della Bosnia di ieri? Questa è una domanda che bisognerebbe porre a tutti coloro che, anche in buona fede, sono stati oggettivamente complici con la sua distruzione, sostenendo o aderendo alle campagne politiche e mediatiche che hanno permesso un vero e proprio scempio di quei popoli e di quelle terre.

Oggi la Sarajevo indicata nel 1984 dall’UNESCO, come il laboratorio di multietnicità e multiculturalità, più avanzato nel mondo, non esiste più; è una città che si sta ricostruendo, ma dove odi e rancori covano sotto le ceneri. La disoccupazione è generalizzata, la Bosnia di oggi ha una produttività industriale quasi inesistente ed i salari sono mediamente intorno ai 450 euro, una disoccupazione che arriva quasi al 50%; le scuole e le università in condizioni di terzo mondo ed i programmi scolastici sono in tre versioni distinte per ogni grado; una povertà generalizzata, i giovani cercano l’emigrazione come unico futuro, lo stato sociale è quasi inesistente e gli anziani percepiscono pensioni di poche decine di euro, quando la ricevono. Le strutture sanitarie sono devastate; naturalmente, come in ogni area “liberata” dalle bombe “umanitarie” della NATO, attraverso FMI, BM e UE le privatizzazioni sono proliferate, cosi studiare, curarsi in strutture private è ideale.

In compenso c’è un sottile ma penetrante processo di islamizzazione della società; sono oltre 110 le moschee costruite dal dopoguerra ed altre ancora in costruzione; le attività criminose e la corruzione sono endemici, permeano in ogni aspetto la nuova Bosnia e proliferano quotidianamente.

Una realtà dove ogni istanza, politica, economica, sociale, istituzionale e culturale è rigorosamente divisa sempre in tre entità differenti e rigidamente separate; dove“il cerchio della Sarajevo politica”, come è detto da quelle parti, comprendente le tre-quattro famiglie musulmane più influenti dell’SDA, continua arrogantemente a rifiutare mediazioni e dialogo reale e costruttivo, per trovare soluzioni comuni, perché basate su una concezione integralista e fondamentalista della società e della realtà. Questa prassi sta distruggendo il paese ed è fonte di tensioni ed instabilità politica, sociale ed economica; radicalizzando sempre più le relazioni politiche tra le tre entità bosniache.

La Bosnia teoricamente è un paese sovrano e nei paesi sovrani la Costituzione non viene modificata dagli stranieri, qui invece sono le potenze occidentali, gli “osservatori”, le ONG, gli “esperti”, l’UE, a determinare riforme o cambiamenti istituzionali; la decisione sulle riforme costituzionali in tutti gli Stati civili è determinata dalla maggioranza dei due terzi del parlamento. In Bosnia deve avere l’approvazione di forze, organismi, osservatori stranieri. Come si può definire tutto questo? Democrazia, progresso, civiltà? O piuttosto colonizzazione?

Continuare a fomentare l’odio e la diffidenza tra i gruppi etnici è un comportamento criminale, data la storia della Bosnia, il deputato serbo bosniaco Nebojsa Radmanovic, ha pubblicamente denunciato questo atteggiamento della maggioranza dei partiti musulmano bosniaci.

Come quanto accaduto lo scorso anno al poligono militare di Maniaca, dove c’è stata l’ennesima provocazio dove le truppe bosniaco musulmane hanno issato la loro bandiera di guerra e la bandiera islamica bosniaca che i mujahidin arabi portavano durante la guerra civile, e inneggiavano “Allahu Akbar”.

I rappresentanti serbo bosniaci ( in accordo con i rappresentanti croati erzegovinesi) hanno denunciato questo come un comportamento che non deve essere solo fortemente condannato, ma anche punito, perché si semina ostilità tra i gruppi etnici e crea un clima velenoso e distrugge la fede nelle forze armate congiunte”.

Gli stessi Croati bosniaci propendono ormai apertamente per uno scioglimento pacifico della Federazione croato-musulmana mediante un referendum formale, ed è noto che esiste già il progetto di “governo alternativo della Repubblica croata Herzeg-Bosnia”, secondo cui, “la creazione artificiale di Dayton della Bosnia-Erzegovina è ormai crollata da tempo”, e l’illusione rimanente di una Bosnia cosiffatta “… è tenuto in vita unicamente nell’interesse di alcune potenze internazionali… “. Secondo gli esponenti di questa proposta “…il principale problema politico in Bosnia sono i musulmani bosniaci che, contando sulla loro superiorità numerica, perpetrano apertamente l’egemonia, cercando di soggiogare e reprimere le altre due nazioni attraverso l’assimilazione in una cosiddetta “nazione bosniaca “, che non ha alcun fondamento nella storia o del diritto “e si scontra con un ” duro rifiuto politico “delle altre due entità costitutive, i serbi e i croati.

Secondo i croati bosniaci, la principale minaccia per la stabilità della Bosnia è il “sincretismo nello stato”, cioè “la fusione di Islam e politica, all’interno della politica dei musulmani bosniaci”.

“…Per il fatto che i leader religiosi islamici sono dietro a tutti gli eventi politici e nello stato, la Bosnia sta assumendo caratteristiche di uno Stato Sharia, con il sistema di governo simile a quello delle repubbliche islamiche in Asia e in Africa….”.

Un risultato diretto di questa è l’emergere del movimento wahabita, una fazione radicale che conta circa 300-400,000 aderenti in Bosnia, che non lavorano, ma sono stipendiati da Fondazioni islamiche per la loro adesione al movimento.

“In molti luoghi della Bosnia i religiosi serbi e croati clero non possono avventurarsi da soli nelle loro vesti sacerdotali, senza il rischio di aggressioni e violenze ha denunciatoli leader croato Turanjanin; così come è diventato inaccettabile, ha continuato, “… veder dipingere di verde i marciapiedi, mettere al bando nelle scuole o nei negozi certi giocattoli dei bambini, o il divieto di Babbo Natale nelle scuole e asili nido, distruggere e attaccare santuari cristiani, e cercare di imporre tra gli stessi musulmani la sharia…”.

Tutto questo sta contribuendo a creare un paese, in cui nessuno è al sicuro, dal momento che le redini del potere sono nelle mani di un gruppo di estremisti intolleranti, impiantati in Bosnia e tacitamente sostenuti dalle potenze occidentali.

In questo scenario, una separazione in prospettiva della Bosnia in tre entità statuali separate è tutt’altro che ipotetica o fantasiosa.

…La Jugoslavia, la Bosnia magnificamente descritta da I. Andric, da M. Selimovic e molti altri narratori jugoslavi, era il paese dei PONTI; cosa succede se i Ponti vengono abbattuti, non solo quelli in muratura, se non ci sono più Ponti tra le genti, tra le persone, tra stati, tra popoli anche diversi?…Il rischio è l’addensarsi di altre nere nubi per i popoli, foriere di nuove violenze, tragedie, drammi in cui…come sempre i potenti e gli approfittatori costruiranno nuovi vantaggi e la gente comune nuovi dolori e nuove sofferenze, ma senza Ponti non potranno nemmeno ripararsi sotto le loro arcate e cercare la salvezza…. 

Ai popoli della Bosnia sta il difficile compito di impedire tutto ciò e riprendere in mano il proprio futuro e il bene comune, al di là di etnie, partiti, culture e religioni, ma è un compito, in questa fase storica quasi immane. Ma comunque a questi uomini andrà sempre la nostra solidarietà ed il nostro appoggio… Perché la Bosnia jugoslava con tutti i suoi limiti e contraddizioni era questo…era il paese dei PONTI…

Enrico Vigna, Presidente di SOS Yugoslavia e portavoce del Forum Belgrado per un Mondo di Eguali, Italia.
giugno 2012

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