Kosovo. “NEWBORN” per finta, intollerante per davvero.

La regione del Kosovo e Metochia, autoproclamatasi repubblica indipendente nel febbraio 2008, ha celebrato pochi giorni fa la fine della sorveglianza da parte dell’International Steering Group (il gruppo di Paesi favorevoli allo stacco violento dalla Serbia: Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Irlanda, Benelux, Italia, Polonia, Austria, Bulgaria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Svizzera e Turchia.).

Hashim Thaçi (“Il Serpente” quand’era ancora un terrorista dell’UCK), primo Ministro di questo stato fantoccio nel cuore dell’Europa, afferma trionfalmente che «è l’inizio di una nuova era», tralasciando gli enormi problemi di sicurezza, stabilità sociale ed economica, rispetto delle minoranze e giustizia che attanaglia la regione.

Belgrado naturalmente «non riconoscerà mai l’indipendenza di Pristina, con o senza supervisione internazionale» come affermato a chiare lettere dal Primo Ministro serbo Ivica Dačić, come pure gli altri cinque Paesi europei che non l’hanno ancora riconosciuta (Cipro, Grecia, Romania, Spagna e Slovacchia), la Russia e la maggioranza dei Paesi ONU e proprio quest’ultima riconosce tramite la Risoluzione 1244 l’appartenenza della regione alla sovranità serba.

Inoltre la fine della “sorveglianza” è in realtà – tecnicamente – “fuffa”: Eulex, la missione europea per il ripristino della legalità, ha prorogato fino al 2014 la permanenza e la NATO, attraverso la forza mutinazionale Kfor, non ha nemmeno stabilito una data di fine missione. Sono ancora più di 6 mila i militari impegnati nella difesa delle minoranze, brutalmente sottomesse, e nella protezione dei luoghi sacri e dei monumenti dell’ortodossia, principalmente serba, già in grande parte distrutta sotto gli occhi imbelli dei militari internazionali durante i progrom del 2004, togliendo all’intera umanità un patrimonio inestimabile di arte.

L’indipendenza è fuffa anche in considerazione della totale incapacità della regione di fare fronte alle proprie esigenze di spesa se non sostenuta dagli aiuti internazionali e dalle rimesse dei kosovari all’estero che riversano nella regione milioni di euro ogni  anno. Sostenendo un’economia caratterizzata da un tasso di disoccupazione del 50% e un reddito medio pro capite  di circa 200€ mese, ma con un sommerso enorme che fa si che lungo le strade impolverate della regione si incontrino con frequenza disarmante pompe di benzina ogni 100 metri e macchine nuove di zecca da non meno di 80.000 euro. Per non parlare delle numerose Lamborghini parcheggiate davanti ai bar di Decani, un paesetto di 3000 anime con il 70% di disoccupazione, nessuna economia reale e 12 sportelli bancari.

La cifra di aiuti ricevuti dalla regione è difficile da stabilire con certezza ma si parla sicuramente di qualche miliardo di dollari. L’aiuto degli Stati Uniti in primis deriva dai forti interessi geopolitici ed economici del paese a stelle e strisce. Portati avanti oramai alla luce del sole e con arroganza. Basti pensare all’ex Ambasciatore americano in Kosovo che, dopo pochi giorni dalla fine del mandato, è stato assunto dalla KEK, l’ENEL kosovaro. Oppure alla Albright e al Generale Clark, in prima fila durante i bombardamenti sulla Serbia, e ora  in prima fila con le proprie aziende private per l’acquisto della compagnia telefonica kosovara.

Insomma un paese tutto da costruire. Sempre se lo si voglia. E sempre se sia giusto.

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