Balcani: i crimini della Croazia (ieri e oggi)

Documenta, una onlus croata, ha richiesto il perseguimento e la condanna dei responsabili dei bombardamenti dei civili serbi il 7 agosto 1995. Un parallelo con i profughi istriani è fin troppo facile.

Sacile, 9 agosto 2012 6:34 – (BeLoveRevolution) –  Nove civili serbi sono morti l’ultimo giorno dell’Operazione Tempesta nel 1995. Documenta, una ong croata con sede a Zagabria, ha rilasciato un comunicato stampa martedì scorso ricordando “il pesante fardello di crimini impuniti attuati durante e immediatamente dopo l’operazione militare Tempesta”.

I civili sono stati bombardati nel territorio della Bosnia-Erzegovina, tra Bosanski Petrovac e Kljuc, mentre fuggivano dalla Croazia alla Bosnia per sfuggire alla pulizia etnica dell’Operazione Tempesta.

Verso le 10 del  7 agosto 1995, nel villaggio di Bravsko, due MIG-21, aerei militari croati, hanno sorvolato per due volte la colonna. Al secondo passaggio hanno sganciato le bombe che hanno ucciso nove  civili, tra cui quattro bambini. Gli aerei volavano basso e a velocità ridotta, hanno raccontato i testimoni oculari e così afferma anche Documenta, è impossibile che i piloti non possano avere notato che in colonna c’erano solo civili in fuga, senza la presenza di militari.

L’incidente inoltre è avvenuto l’ultimo giorno dell’Operazione Tempesta, quando non esisteva più alcuna reale minaccia per l’esercito croato.

La nota è stata rilasciata solo a pochi giorni dall’anniversario dell’inizio dell’Operazione Tempesta, celebrata in Croazia come il D-Day croato, il giorno della liberazione e della vittoria. L’operazione, sponsorizzata da Stati Uniti, Germania e Vaticano in primis, ha di fatto costituito la più grande operazione di pulizia etnica dalla prima guerra mondiale.

Più di 250.000 civili serbi furono costretti ad abbandonare le proprie case, dalla sera alla mattina, e a distanza di quasi vent’anni si ricordano ancora le “vittorie” ma non c’è giustizia per le vittime. Interminabili colonne di profughi lasciarono la Dalmazia e la Slavonia (la cosiddetta Krajina serba) in fuga dalle atrocità dei neonati Ustascia coperti dalla NATO. Nel mese di aprile 2010, il Tribunale Internazionale dell’Aja, ICTY, ha condannato due generali croati per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione: Ante Gotovina è stato condannato a 24 anni di carcere e Mladen Markač a 18 anni, mentre il terzo convenuto, Ivan Cermak, è stato assolto.

Un anniversario che è stato festeggiato – proprio come in Kosovo e Metochia si festeggiano i bombardamenti NATO sulla Serbia – invece che meditato, rimane quindi l’interpretazione della storia a senso unico, dove i serbi ricoprono la parte dei cattivi e dei massacratori di Srebrenica, e tutti gli altri sono vittime innocenti in cerca della libertà.

Per Zagabria l’infame operazione è motivo di «orgoglio e gioia» mentre la Serbia ricorda e porta il lutto mentre i profughi ancora oggi richiedono la riconsegna delle proprietà perse, il pagamento delle pensioni arretrate e la restituzione dei risparmi confiscati dalle banche croate.

Difficile che l’auspicio si traduca presto in qualcosa di concreto e che le vittime siano per una volta ascoltate, ne sanno qualcosa i profughi italiani di Istria e Dalmazia che, sempre dai croati, fuggirono per non essere gettati nelle foibe. 350.000 italiani che ancor oggi chiedono giustizia e la riconsegna delle proprietà confiscate. Una storia che non passa e che si ripete, con l’avvallo di quelle organizzazioni sovranazionali che dovrebbero garantire la sicurezza dei popoli.

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