Serbia. Elezioni 2012

Le elezioni in Serbia. Tra Kosovo e Metochia, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, in un commento di ENRICO VIGNA

Questi i risultati quasi finali, mancano solo alcuni dati delle urne in Kosovo, che comunque potranno al massimo spostare un solo seggio, dove ha votato solo il 32% degli aventi diritto.

Il Partito Progressista Serbo di T. Nikolic ha vinto le elezioni con il 29,2% ed avrà 73 seggi nel Parlamento serbo: Secondo, il Partito Democratico di B. Tadic ha ottenuto il 26,8% e 67 seggi; terzo il Partito Socialista Serbo di I. Dacic con il 17,6% e 44 seggi; al quarto posto il Partito Democratico Serbo di Kostunica con il 6,9% e 21 seggi; seguito dai Liberal Democratici con il 6,6% e 20 seggi.

Gli altri Partiti: Regioni Unite della Serbia hanno avuto 16 seggi; Alleanza Ungheresi Vojvodina avranno 5 seggi; il Partito Azione Democratica del Sangiaccato, Nessuno al di sopra, Tutti Insieme avranno 1 seggio ciascuno.

Il Patito Radicale Serbo, il cui leader Seselj, si era consegnato, ed è tuttora imprigionato all’Aja, non è riuscito a raggiungere il 5%, e on il 3,9% resta fuori dal Parlamento.

Per le elezioni Presidenziali, il cui ballottaggio avverrà il 20 maggio, saranno candidati B. Tadic (PD) e T. Nikolic ( PPS), avendo ottenuto il 25,33 ed il 24,99%, rispettivamente.

L’affluenza al voto è stata del 61%.

Il capo delegazione della UE a Belgrado V. Degert si è affrettato a congratularsi ed a esprimere soddisfazione, per l’ottimo risultato ottenuto dalle forze favorevoli all’UE e alle politiche occidentali. Ed ha ragione,  in quanto l’unica forza fortemente e apertamente oppositrice della UE e delle ingerenze occidentali era il Partito Radicale; il Partito Progressista di Nikolic ha una politica ed un programma critici alla UE e più attenta agli scenari rivolti verso la Russia e l’est, ma tutto questo non si è ancora risolto in un preciso programma o piattaforma propositiva e chiara.

Il Partito Democratico Serbo di Kostunica,  ha una proposta di “neutralità” e di priorità verso l‘interesse nazionale, ma anche qui, non si capisce quale direzione futura questa “criticità” prenderà.

E’ certamente una situazione  complessa, per cui sicuramente è prevedibile che gli scenari politici futuri, a breve termine resteranno intatti, riproponendo la coalizione governativa uscente; si tratterà poi di vedere come andrà per le elezioni presidenziali e quali alleanze si faranno, perchè, ha ragione a rallegrasi, la UE e il suo rappresentante in Serbia, di come sono andate le cose, ma oltre a capire cosa pensa e cosa farà quel 40% circa di serbi, che non è andato a votare, ci sono nodi fondamentali e cruciali, che non potranno che aumentare ed incrementarsi, in una spirale che potrebbe strangolare oggettivamente, la leadership “democratica” filo occidentale e da questi sostenuta, sia finanziariamente che politicamente; se non il riproporsi di tragici scenari di violenza e guerra.

Infatti queste elezioni del 6 maggio (amministrative, legislative e presidenziali), si sono svolte in un momento molto delicato e complesso per la Serbia ed il suo popolo, legato ad una rovinosa situazione sociale, uno strangolamento economico diretto dal FMI e dalla Banca Mondiale, con una disoccupazione in crescita continua, si parla ormai di oltre il 35% reale; tra i giovani è oltre il 50%, ed in una indagine governativa il 71% di essi pensa che solo emigrando, ci può essere un futuro; una miseria dilagante, un milione di profughi dalle varie guerre balcaniche in condizioni miserrime. Un industria ridotta ormai ad una sorta di “rottamazione”, dove le strutture migliori sono state, e vengono tuttora svendute e rapinate dalle industrie straniere; e dopo, vengono “ristrutturate” (da leggersi come licenziamenti di massa); un esempio per tutti l’ex Zastava: che quando c’era il “regime” di unità nazionale, “antipopolare” e “non democratico”, vi erano 36.000 lavoratori, oggi in piena libertà e democrazia, ne sono rimasti circa tremila, senza diritti, senza assistenza sanitaria garantita e con contratti e salari da terzo mondo, ma con il costo della vita occidentale.

Dal punto di vista politico interno, il nodo Kosovo è ormai sempre più esplodente e fattore di divisioni profonde, sia nell’ambito politico che di quello della società serba. Il Referendum indetto negli scorsi mesi dalla comunità serba del Kosmet, per non riconoscere il governo secessionista di Pristina dell’UCK, che ha visto il 94% dei serbi votare contro il Kosovo NATO, è una spina nel fianco dei politici filo occidentali di Belgrado, ma anche una spina nell’anima del popolo serbo intero.

La concessione/svendita del Kosovo, come condizione posta dal club europeo, per entrare nella UE,

di fatto sarà una mina vagante per qualsiasi futuro governo a Belgrado; a parole quasi tutti i politici in campagna elettorale, hanno fatto alte dichiarazioni circa la non accettazione dell’indipendenza, nei fatti da oltre due anni il Kosovo è solo, è stato messo come merce al tavolo dei negoziati, basta parlare con il popolo serbo di lì o seguire le sue denunce/appelli, per rendersi conto della realtà.

… chi passerà ufficialmente alla storia patria, come colui che ha svenduto gli interessi storici ed attuali del popolo serbo? La risposta è molto vicina ed anche le sue conseguenze.

Per quanto ancora l’Europa, alle prese con una propria crisi interna non certo vicina ad esaurirsi, bensì a crescere, continuerà a mantenere con fiumi di denaro il “buco nero” di un narcostato (definizione della DEA…), qual è il Kosovo attuale?

Certamente è oggettivamente una situazione delicata, estremamente complessa e foriera di possibili nuovi scenari conflittuali; anche se si pensa a ciò che sta avvenendo in Macedonia, dove gli scontri tra i secessionisti albanesi e la comunità macedone slava, hanno portato a continui scontri, atti terroristici e uccisioni anche nelle ultime settimane; e dove in molte aree è stato instaurato il coprifuoco. Il tutto con il supporto e la complicità del governo secessionista UCK di Pristina, che fa da retroguardia logistica ai terroristi macedoni, nella strategia della “Grande Albania”.

Estremamente complicate sono le stesse situazioni ai confini serbi, dal Sangiaccato, dove le spinte secessioniste dei musulmani della provincia aumentano di settimana in settimana, anche qui in sintonia con i piani di Pristina; alla Vojvodina dove per ora le forze scioviniste della minoranza ungherese sono state fermate, ma sono pronte a riprendere campagne destabilizzatici; o la stessa situazione della Repubblica Serba di Bosnia, sempre più vicina ad una definizione, rispetto alla fasulla situazione attuale della Bosnia creata dalle cancellerie occidentali, ed assolutamente impossibile da mantenersi così.

Un altro nodo ed elemento di divisione interna è il cosiddetto piano di integrazione con la NATO, di cui la Serbia è partner in attesa di entrarvi; infatti un recente sondaggio dell’istituto IPSOS (Strategic Marketing Agency) di Belgrado, ha stabilito che in Serbia il 70% dell’opinione pubblica è assolutamente contrario all’ingresso del proprio Paese nella Nato; ancora non si è dimenticato le devastazioni, i morti ed il ricordo dei 78 giorni dell’aggressione e dei bombardamenti NATO del 1999.

Una cosa di cui tenere però anche conto, è una profonda stanchezza e sfinimento, oltrechè sfiducia e disillusione ormai verso tutto e tutti, palpabili e verificabili da chiunque abbia occasione di lavorare insieme al popolo serbo; e, realisticamente oggi in Serbia, non vi è neanche in gestazione, una forza politica radicata nella società e nella gente, che esprima un vero programma e strategie legati all’interesse nazionale, a politiche e orientamenti di difesa dell’indipendenza e della sovranita’ nazionali, contro le attuali politiche liberiste. Sia sul terreno economico, che sociale, che politico.

Il popolo serbo ha una grande storia di lotte, conquiste, ed anche nelle sconfitte ha sempre continuato a resistere e nel corso della sua dignitosa e millenaria storia di popolo, è sempre riuscito a trovare e produrre forze e grandi uomini che l’hanno guidato e rappresentato degnamente, da re Lazar di Kosovo Polje a Milosevic, uomini che hanno dato la loro vita per il proprio popolo, senza indietreggiare o mettersi in vendita.

Ecco, la speranza è che nelle sacche di resistenze, oggi disperse e  sparse nella Serbia o nel Koosvo Metohija, emerga una forza e personalità pulite, capaci e carismatiche, che sappiano riprendere un cammino per un futuro dignitoso, degno di essere vissuto, in modo che il popolo serbo riprenda in mano il proprio destino.

Come ha detto un amica in Serbia, nostra referente per i Progetti di solidarietà, sintetizzando il suo senso di sconfitta e sofferenza verso il futuro: “…siamo un popolo in ginocchio…”.

… al di là di facili ottimismi di chi non è coinvolto materialmente, è effettivamente una sensazione che si prova nell’anima e nella coscienza, lavorando fianco a fianco con quelle genti dal basso, oggi.

Diceva una canzone di B. Dylan…

Quanti colpi dovrà ancora sparare un cannone, prima di tacere per sempre?

Quanti anni potrà resistere un popolo prima di essere un popolo libero?

Quante volte dovrà un uomo voltare la testa per far finta di non vedere?

La risposta, amico mio, è sospesa nel vento…

Enrico Vigna (portavoce del Forum Belgrado Italia) – maggio 2012

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