Il viaggio dei volontari di Pordenone per accendere la speranza del Kosovo (MessaggeroVeneto online, 4 maggio 2012)

Da Nis (Serbia) all’ospedale di Silovo, enclave serba nel paese dei merli. Il diario di una missione pordenonese

di LIETA ZANATTA

“Che magnifica giornata!”. Elisa afferra la macchina fotografica e corre fuori a catturare gli attimi di un mattino salutato da un sole spavaldo. Tutti i ragazzi sono già pronti per partire: stamani finalmente si entra in Kosovo. Fabio, il sacilese, telefona a Pordenone per avere notizie sull’ambulanza che oggi avrebbe dovuto essere consegnata all’ospedale dell’enclave serba di Silovo. “Niente da fare, oggi è domenica – risponde Federico da Porcia dall’altra parte del telefono – bisogna aspettare domani che riaprano le autofficine per controllare il mezzo”. Pazienza, intanto verranno consegnati i medicinali. Michael da Perugia, 21 anni, inesauribile entusiasmo, salta alla guida del pullmino.

Si parte verso ovest, verso le montagne. La strada verso il confine è quasi deserta, percorsa da qualche macchina vecchia, l’asfalto piuttosto disastrato. Il paesaggio della Serbia si sussegue verdissimo e placido, interpuntato da piccoli agglomerati urbani, semplici, caratterizzati da case costruite con mattoni di fango e paglia, che in questa parte dei Balcani esistono ancora, e coibentano dal caldo e dal freddo meglio di quelle nuove. Dei muri di forati rossi, aggiunti alle case di recente, i piccoli orti, l’ordine e la pulizia ovunque, restituiscono continuamente l’idea di gente povera ma dignitosa. Un cartello: Pristina 92 chilometri. Fabio chiede i passaporti a tutti, fra poco si passerà la linea amministrativa serba. Si devia in una strada secondaria decisamente disastrata, si passa in mezzo ad un villaggio dove sventolano ovunque i vessilli rossi con l’aquila bifronte della bandiera albanese e dell’UCK, e qualche bandiera gialla e azzurra dell’autoproclamato stato del Kosovo.

C’è anche un monumento all’UCK. Fabio, sorpreso, fa notare che solo qualche mese prima non c’era. Eppure, siamo ancora in Serbia. Ancora poche centinaia di metri, ed ecco il posto di blocco serbo sulla linea amministrativa tra Serbia e Kosovo. Passiamo, mentre il furgone con gli aiuti viene fermato e tarda un po’. Il cartello del Kosovo ci accoglie assieme all’immagine di una coppia anziana che ci cammina vicino, lui con il plis bianco, il copricapo dei capofamiglia albanesi, lei con il fazzolettone sui capelli, un’impermeabile abbottonato che la copre fino ai piedi. Poi, la dogana del Kosovo. L’assicurazione per i mezzi obbligatoria da pagare, 275 euro, e il furgone che viene nuovamente fermato e dirottato verso un’area di sosta a parte. Fabio sbuffa, ha paura che facciano difficoltà come al solito. Ma dopo aver parlato con i doganieri, ritorna un po’ più rilassato. Sono stati gentile, dice e bisogna aspettare, ma solo perché è la pausa pranzo, e non ci sono sostituti in turno. Infatti si riparte dopo poco più di un’oretta. I primi paesi del Kosovo offrono già la vista di minareti e moschee, un assembramento di persone segue un funerale all’interno di un cimitero su un pendìo della strada.

Tantissime case in costruzione, quasi tutte restate a mattone, perché la tassa sulla casa si paga al governo quando si arriva all’intonaco. Si svolta a sinistra ed ecco che cambiano le abitazioni. Sono più piccole, spartane, qualcuna a due piani, tante fatte con mattoni e paglia, strade piccole e sterrate, si vede e si sente povertà ovunque. Ci si ferma davanti un edificio bianco a tre piani, l’insegna della croce rossa con delle scritte in caratteri cirillici. Siamo arrivati all’ospedale dell’enclave serba di Silovo. Una donna vestita di nero, con una giacca di cuoio, i capelli rossi e gli occhi chiarissimi, dal viso stanco e provato, accoglie alla porta con lo sguardo che abbraccia tutti. E’ Jelica, la direttrice dell’ospedale. “Benvenuti – traduce l’interprete – è bello vedere tante facce nuove e quelle conosciute”. Gianluca da Pordenone apre i portelloni del furgone, e preciso e attento, organizza i ragazzi, inizia a scaricare i cartoni di medicinali. Intanto Fabio abbraccia Jelica, le spiega che l’ambulanza promessa è ancora ferma a Pordenone, ma arriverà tempo tre giorni. La direttrice annuisce, e poi vuole spiegare.

“E’ bello avere delle persone che pensano a noi. Quello che avete portato è molto importante. Qui la fornitura di materiale medico non è consentita, perché il governo del Kosovo ci considera una costituzione illegale nel territorio. Ebbene sì, c’è un posto al mondo dove un ospedale è illegale. Ammalarsi qui è illegale. Non abbiamo nessun aiuto, non un cent, per curare la gente del posto. Oramai non sappiamo più dove siamo. Avrete visto che le frontiere sono sotto il controllo del governo del Kosovo, e non permettono il passaggio di nessun tipo di medicinale. Le scatole che avete portato sono così importanti per curare le persone che arrivano da noi, serbi kosovari, ma non solo. Speriamo sempre che le cose qui si risolvano, ma più il tempo passa, e più siamo in difficoltà. Sono venute tante organizzazioni a trovarci, tante parole, tante foto. Qualche aiuto, quello che hanno voluto o potuto. Fabio è l’unico che chiede di cosa abbiamo bisogno, e ce lo porta”. I ragazzi annuiscono tutti, silenziosi.

Poi, Jelica fa entrare. Una stanza al primo piano è dedicata alla pediatria: sono quattro posti letto e una culla. Vicino, una stanzetta con un divano su cui è steso un telo bianco, dove sta il personale medico. In un’altra stanza stanno altri quattro letti, di cui uno reclinabile. C’è un solo monitor. Jelica dice con molta compostezza che avrebbero bisogno di un ecografo e un doppler. Giù, al piano terra, un’astanteria dove stanno delle panchine di legno verniciate di bianco. Qualcuno aspetta seduto, davanti alla porta di quello che è l’ambulatorio del Pronto Soccorso. Dentro, una scrivania, un armadio con medicinali, un lettino e una sedia consunti dall’uso. Tutto è ordinato, pulito. Jelica snocciola alcuni dati. Questo è l’ospedale che serve le 30mila persone del territorio. E’ solo un Day Hospital, per interventi chirurgici elementari. Il più vicino è a 50 chilometri, a Djacovica. Sennò, a 80 chilometri, ce n’è un altro, in Serbia. Nell’enclave sono dislocati 32 presidi ambulatoriali.

Una sola ambulanza, una van car vecchia, con centinaia di migliaia di chilometri alle spalle. Se ci sono più urgenze, si fa un trasporto alla volta, sennò bisogna arrangiarsi con mezzi propri. Ecco perché aspettano come una benedizione quell’ambulanza che il Comune di Villadossola ha regalato loro tramite il progetto “Accendiamo la speranza” di Sacile. La struttura sanitaria dell’enclave impiega 420 persone, 40 dottori, 7 dentisti. Sono tutti pagati dal governo serbo, che però non può fornire alcun materiale. “Questo piccolo ospedale necessita di essere ampliato – continua la direttrice – ma il governo del Kosovo non vuole concedere alcuna autorizzazione, siamo obbligati a stare qui…”.

La donna sospira, tutti tacciono. Poi qualcuno si accorge che tra i pazienti fuori l’ambulatorio c’è gente che sta male, uno ha un occhio rovinato. Si corre tutti fuori l’ambulatorio, a testa bassa, con vergogna, per non aver capito, per aver rubato del tempo all’emergenza di questa gente che se ne stava in silenzio, seduta, ad aspettare senza parlare. Fabio chiede come mai non ci sia più la bandiera serba che sventolava fuori l’ospedale. Jelica abbassa gli occhi, tace qualche secondo. Il silenzio diventa pesante. Si percepisce l’angoscia di chi è messo con le spalle contro a un muro, di chi non può reagire, quella di un popolo umiliato. La voce le vibra un po’, rauca. “Siamo stati obbligati dagli albanesi a toglierla, le sanzioni sono severe”. Eppure, l’hanno visto tutti, pochi chilometri più in là, dall’altra parte della linea amministrativa, in Serbia, c’è un paese albanese che sventola tranquillamente le bandiere rosse dell’UCK, il vessillo nel cuore dei kosovari albanesi. (continua)

Jelica vuole ringraziare, porta tutti in un vicino ritrovo dove mangiare del buon cibo, assaggiare il loro vino, bere la rakja, la grappa dei Balcani che viene offerta in piccoli bicchieri in segno di ospitalità, e che nessuno può rifiutare, neanche se sono le otto di mattina. Si esce dall’enclave, si ritorna nella strada principale. Si attraversano piccoli paesi, i minareti si alternano alle cupole delle chiese ortodosse. C’è una scuola intitolata ad un ragazzino albanese, venuto dalla Svizzera per combattere prima del 1999 con l’UCK. Sul cortile dell’edificio la sua tomba, l’effigie sulla lapide con il fucile imbracciato. Finalmente si arriva al locale per il desinare. Si ferma una macchina della Kosovo Police, dice qualcosa.

E’ serbo, perché all’interno di questa autorità, è prevista la rappresentanza di questa minoranza. A tavola Jelika risponde a tutte le domande che i ragazzi le pongono, soprattutto sulla situazione attuale del Kosovo, di cui nessuno parla, di cui si sa ben poco, nonostante i contingenti internazionali delle maggiori potenze internazionali siano ancora in questa regione dal 1999, quando la NATO bombardò la Serbia per 78 giorni. E non vanno via nonostante il loro programma lo preveda, perché le tensioni etniche sono tutt’altro che sopite. “Il problema sono le scuole – sottolinea Jelica – I vecchi delle due etnie conoscono sia il serbo che l’albanese. Adesso le scuole sono fisicamente separate, e ognuno impara solo la propria lingua. Tra trent’anni i bambini di oggi sono si parleranno più, non solo perché non vogliono, ma perché non avranno più imparato niente l’uno dell’altro…”.

Poi si parla delle elezioni, che si terranno il 6 maggio in Serbia, e anche nelle enclave, che si sentono e sono serbe, e che non vogliono essere lasciate alla deriva dalla madre patria. “Ci circonda un clima teso, di paura. In questi giorni sono state arrestate delle persone perché detenevano del materiale che riguardava le elezioni, persino alcuni poliziotti di etnia serba. Poi sono stati rilasciati, perché non c’era nessun motivo per trattenerli. Ma intanto si è instaurato un clima di terrore. Prima del 1999 qui attorno c’erano dei villaggi croati. Sono stati abbandonati completamente”. Intanto arrivano le portate, rafano con crema di latte, verze stufate, peperoni, cocomeri, della carne e delle trote. Qualcuno dei ragazzi chiede quale futuro si prospetta in questo lembo di terra… “Per un diciottenne non esiste alcun futuro. Non è più possibile esporre la nostra bandiera perché gli albanesi reagiscono. La gente sopravvive, i giovani lasciano. E’ quello che vogliono. I serbi sanno del grande lavoro che sta facendo il contingente italiano della KFOR (Kosovo Force) a guardia dei nostri monasteri in Metochia (= terra dei monasteri, la zona geografica ad ovest del Kosovo)

Messaggero Veneto online, 4 maggio 2012

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