Kosovo: tanta NATO e niente arrosto.

sulle barricate di Mitrovica (foto LOVE, agosto 2011)

Sacile, 1 maggio 2012 9:45 – (BeLoveRevolution) – Sono passati oramai tredici anni dall’inizio dell’amministrazione militare/multinazionale della regione del Kosovo e Metochia e nulla sembra essere cambiato sostanzialmente nella gestione della sicurezza, della legalità e soprattutto nella garanzia di un futuro sereno per le varie componenti che ne costituiscono il mosaico etnico.

Le prossime elezioni amministrative e presidenziali serbe hanno riacceso le tensioni e la NATO ha di conseguenza annunciato il rafforzamento del contingente di altri 700 uomini (tedeschi e austriaci) dal 1° maggio. «Nel valutare la situazione odierna – ha ammesso il portavoce del Comando centrale militare tedesco, Hauke Bunks – la NATO e l’Unione Europea si sono rese conto che le forze KFOR sul campo potrebbero non essere sufficienti per rispondere in modo appropriato a eventuali incidenti e scontri in Kosovo, legati alle elezioni in Serbia».

Attualmente nella regione sono presenti in maniera massiccia la KFOR (la missione militare NATO; KFOR = Kosovo FORce) ed EULEX (la missione del’Unione Europea per il ripristino della legalità; Eulex = European Union Rule of Law Mission in Kosovo).  Il dispositivo KFOR conta su 5500 uomini e 31 paesi divisi in due Multinational Battle Groups, di cui uno a conduzione italiana. La Germania è il Paese impegnato con il maggior numero di militari, 1.800; seguono: l’Italia con circa 1.000 uomini, gli Stati Uniti con 800, ecc. EULEX conta invece su 3.200 uomini con il compito di “monitorare e guidare le nascenti istituzioni del Kosovo nei campi della Polizia, della Giustizia e della Dogana”. La missione europea ha preso il via il 4 febbraio 2008, tredici giorni prima della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo dalla Serbia.

Entrambe le missioni operano sotto il mandato della Risoluzione ONU 1244, che riconosce la regione come parte integrante della Serbia.

Le forze italiane sono divise tra “Villaggio Italia”, base costruita ex novo a Belo Polje, nei pressi di Pec e l’aereoporto “AMIKO” (Aeronautica Militare in Kosovo) nella periferia di Djakovica in supporto e assistenza ai velivoli dei partner NATO. Nello scalo di Djakovica.

Gli americani sono invece stipati – e difficilmente visibili all’esterno – nella più grande base americana fuori dai confini degli Stati Uniti del mondo, a “Camp Bondsteel“, nel sud della regione.

L’aggressione alla Serbia da parte della NATO – a seguito di nessun atto ostile da parte della Serbia -avvenne nel corso della primavera 1999. In 78 giorni furono lanciate più di 38.000 sortite aeree; 900 i velivoli NATO impegnati, 600 dei quali di pertinenza delle forze armate USA. Buona parte degli strikes partirono da basi aeree italiane (Aviano, Gioia del Colle e Sigonella in primis) e da unità navali dislocate nell’Adriatico. A dirigere le operazioni, il Combined Allied Operations Center installato ad hoc all’interno dell’aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, oggi al centro dei lavori di trasformazione nella base-comando della 173^ brigata aviotrasportata dell’esercito USA e delle forze terrestri di USAFRICOM destinate al continente africano.

Alla guerra parteciparono per la prima volta i cacciabombardieri stealth B-2, fatti decollare dalla base aerea di Whiteman (Missouri) e riforniti in volo da aerei cisterna USA e NATO provenienti da basi italiane. Battesimo di fuoco anche per i giganteschi aerei cargo C-17 Globemasters , che trasportarono in Albania e Macedonia gli oltre 5.000 militari e gli elicotteri d’assalto poi utilizzati per l’invasione e l’occupazione del Kosovo. Ad oggi è ancora ignoto il numero dei civili che furono uccisi durante le operazioni aeree alleate in Serbia e Kosovo. Secondo l’organizzazione non governativa statunitense Human Rights Watch le vittime dei caccia NATO sarebbero state tra 489 e 528, cifre notevolmente al di sotto del plausibile e che non prendono in considerazioni le vittime che l’uranio impoverito usato nei bombardamenti produce ancora oggi.

Anonimi “effetti collaterali” di un conflitto-pantano insensato, la cui risoluzione manu militari appare sempre più lontana. Il risultato è oggi un buco nero in Europa, base e/o transito della maggior parte di traffici illegali legati alla droga, alle armi ovvero agli esseri umani; dove le minoranze non-albanesi rimaste vivono giornalmente una situazione di sopruso, ingiustizia e mancanza di sicurezze e legalità.

La stessa situazione che nel 2004 ha provocato feroci pogrom anti-serbi che portarono alla distruzione di decine di chiese e monasteri ortodossi; all’uccisione e al ferimento di centinaia di serbi; alle fiamme di centinaia di case e all’intero quartiere serbo di Prizren. Tutto in pochissime ore, sotto l’occhio inutile di decine di migliaia di soldati NATO.

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