“Accendiamo la speranza” Gli aiuti ai serbi in Kosovo (Messaggero Veneto, 22 febbraio 2012)

Sacile, un gruppo di volontari porta cibo e materiali nelle enclavi ortodosse Fabio Franceschini: «Attaccati dagli albanesi prima dell’incontro con Tadic»

Obiettivo: garantire l’autosufficienza

di LIETA ZANATTA

Il progetto “Accendiamo la speranza”, a cui aderiscono diverse associazioni, enti, coordinamenti e privati, è coordinato da Love. Con i limitati mezzi a disposizione, ma con molta buona volontà e passione, cerca di migliorare le condizioni di vita di alcune enclavi (Osojane, Zac, Silovo e Zupce) per quanto concerne la fornitura di energia elettrica, beni di prima necessità (abbigliamento e alimentari), strumenti e attrezzi per l’agricoltura, materiale medico; veicoli adatti al trasporto di persone (scuolabus e degenti) nonché fornire le risorse per l’inizio di progetti di sviluppo economico a sfondo agricolo, indirizzati a creare l’autosufficienza alimentare ed economica.

SACILE La fornitura di due generatori per rendere autosufficiente un ospedale e una scuola elementare, oltre trenta pc per realizzare due aule informatiche e una sala multimediale, più di una tonnellata tra materiale sanitario, didattico e sportivo, senza contare giocattoli, cibo, abbigliamento e il finanziamento di quattro pozzi per l’approvvigionamento di acqua. Tutto questo è stato realizzato in meno di un anno da “Love”, il gruppo di volontariato che conta tra i fondatori ben quattro sacilesi, che si muove per portare aiuti nelle provincie del Kosovo, terra martoriata da conflitti etnici tutt’altro che risolti. Sono Fabio Franceschini, Loraine Borgo, Chiara Pennacchioni, Matteo Zocca, che assieme ad altri amici, tutti provenienti da diverse realtà associative, hanno messo in piedi il progetto “Accendiamo la speranza” a sostegno delle minoranze del Kosovo e Metochia, la terra dei monasteri. Sono da poco reduci da una missione esplorativa nei luoghi dove in primavera porteranno altri aiuti, e si sono trovati giusto in mezzo a disordini provocati da gruppi estremisti kosovaro albanesi, e poi faccia a faccia con il presidente serbo Boris Tadic. «La realtà che seguiamo è quella delle minoranze, le tante esistenti in Kosovo – spiega Franceschini –, soprattutto quelle che ora sono particolarmente vessate, come quella serba e rom, costrette a vivere in enclave da cui non possono uscire, autentiche prigioni dalla porta aperta». Nel 1999 la Nato bombardò per 78 giorni la Serbia di Milosevich che stava attuando una disastrosa politica di oppressione nei confronti della provincia del Kosovo. Che si è autoproclamata indipendente nel 2008 senza peraltro essere mai riconosciuta dalla Serbia. La guerra fece fuggire circa 300 mila serbi, di cui ora 100 mila concentrati sui confini del Nord, mentre quelli che sono rientrati vivono in sacche di territorio pattugliate di continuo dai contingenti internazionali, tra cui quello italiano di stanza a Pec-Peja. «Le condizioni in cui vivono questi serbi kosovari sono di estrema povertà – continua Franceschini –. Una mensa del posto si occupa nello specifico di preparare quattromila pasti al giorno. Vengono consegnati con dei furgoncini che raggiungono i luoghi dove queste persone non si possono muovere e non hanno nulla da mangiare. Il 7 gennaio, natale ortodosso, sono uscito con uno dei monaci di Decane a consegnare con un pick-up dei quarti di maiale alle famiglie bisognose come vuole la tradizione. Le cose che ho visto mi hanno lasciato sconvolto. Come una coppia di due anziani, al freddo, che avevano dovuto gettare via tutto quel poco che avevano da mangiare: qualcuno si era introdotto in casa e aveva versato del topicida dentro la dispensa. Il cibo era ancora in cortile, sporcato da polvere giallastra, mentre fuori il cancello qualche altro aveva messo il cartello “Vendesi”». Le tensioni non si fermano a questi episodi. Spesso alle case dei serbi viene tagliata l’acqua, bruciato il raccolto o gli alberi da frutto, ammazzato il bestiame, perché se ne vadano. «Al ritorno dal giro siamo capitati in mezzo ai manifestanti kosovaro albanesi che protestavano contro la visita del presidente Tadic al monastero di Visoki. La polizia kosovara ha fatto un cordone per fermarli, ma sulla strada per l’abbazia erano schierati i nostri carabinieri, e i militari italiani di guardia ai check point erano in allerta. La macchina del presidente è stata presa a sassate, per fortuna la cosa è finita lì». I volontari di Love hanno potuto incontrare, al riparo delle mura del convento, il presidente serbo, a cui hanno fatto omaggio di un libro su “Le piazze italiane”, e con il quale hanno poi consumato una cena informale. «Stiamo preparando il prossimo convoglio umanitario. Raccogliamo materiale medico, sanitario, didattico e sportivo, giocattoli in buono stato, cibo per celiaci (per informazioni: 335 7022607). Stanno passando l’inverno sotto due metri di neve. Emergenza che si accumula ad altra emergenza».

Lieta Zanatta

Il Messaggero Veneto, 22 febbraio 2012

 

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