Kosovo. La speranza delle cucine popolari

04/01/2012

Gracianica
Oggi è prevista una giornata molto intensa, decidiamo quindi di partire molto presto la mattina e con il sole appena sorto, il cielo terso e l’aria frizzante del mattino saliamo sul pulmino guidato da Radovan e ci avviamo verso Prekovce, vicino a Novo Brdo, per visitare le cucine popolari.
Lungo il tragitto ci fermiamo nell’enclave serba di Gracianica, alle porte di Pristina, per visitare il Monastero femminile, uno dei più belli di tutta la chiesa ortodossa. Ci fermiamo giusto il tempo di visitare con Padre Andrej e con una delle suore l’interno della chiesa – affrescata da uno dei migliori artisti medioevali serbi – e la stanza segreta del tesoro, alla quale si accede attraverso una porta segreta nascosta in una colonna portante della navata principale. Oggi naturalmente è vuota ma è comunque un’esperienza interessante salire per questa angusta scaletta di pietra alla stanza che si affaccia sull’iconostasi del 1300 attraverso una stretta bifora invisibile dal basso. Il tesoro è stato trafugato dagli Ottomani dopo aver torturato uno dei monaci per farsi rivelare l’accesso segreto.

Nelle cucine popolari. 8 quintali di pane e 420 litri di minestra al giorno
Riprendiamo la strada – che conosciamo bene perché è la stessa che porta a Silovo – e, attraverso il bacino artificiale che da l’acqua alla “capitale” Pristina, arriviamo in poco meno di un’ora a Prekovce, dove Svetlana e Maria ci accolgono in un’ex-fabbrica dove si trova la base delle “cucine popolari”.
Svetlana, popadaija (cioè moglie del prete) è originaria di Zvecan, e ha deciso di fondare la prima cucina popolare nel 2000, con il desiderio di poter rendersi utile per i bisogni di un popolo stremato dalla povertà e segnato dall’abbandono. Nessuno infatti riusciva a curare le micro realtà sparse nelle campagne di questo territorio.
La cucina popolare è una struttura che si occupa di preparare i pasti per tutta quella povera gente che non possiede le sufficienti risorse per provvedere al sostentamento quotidiano. Il cibo viene preparato presso la struttura pincipale e viene consumato o presso i locali delle cucine o trasportato a domicilio nei villaggi più sperduti e ai soggetti maggiormente svantaggiati: famiglie indigenti e numerose o anziani rimasti soli.
«Oggi operano in Kosovo e Metochia ben sette realtà di questo tipo: due nel villaggio di Prekovce dove siamo, una a Recane, a Vrbovac, a Korminjane, a Vidanje e a Strpce – ci racconta Svetlana – Oramai da 10 anni forniamo un pranzo per 800 persone. Ogni giorno cuciniamo 420 l. di zuppa e panifichiamo 800 pani. Lo facciamo con il nostro forno a legna, l’unico dell’intera area, anche perché non avremmo potenza necessaria per sostenerne uno elettrico. Pochi riescono venire direttamente qui a prendere quanto loro necessario, la maggior parte del cibo lo consegniamo direttamente a domicilio. Abbiamo in tutto sei mezzi e ogni giorno ognuno percorre circa 110 km per portare il pane e le zuppe a ogni casa. Tutti vorrebbero essere nostri utenti, ma non possiamo soddisfare ogni richiesta e ci concentriamo sugli “utenti” con un grande numero di bambini e i vecchi malati».
Le cucine non si occupano solo di cibo in realtà: distribuiscono anche abbigliamento e materiale scolastico e lì dove è possibile contribuiscono a ricostruire o ristruttura le case distrutte.
«Da qualche tempo a questa parte si sono avvicinati anche parecchi albanesi per usufruire dei servizi delle cucine popolari – ci spiega Francesco Scarfì, dell’Associazione “Amici di Decani” – Inizialmente usufruivano degli stessi orari dei serbi ma poi ci hanno chiesto orari diversi, non perché non volessero mescolarsi o cose del genere, ma non si sentivano a loro agio nel farsi vedere dagli altri albanesi mentre usufruiscono di questo tipo di servizi».
Il Monastero di Decani sostiene in maniera importante questa causa e il lavoro di Svetlana, dirottando nei magazzini delle cucine popolari gli aiuti umanitari necessari a pianificare gli interventi sul territorio.
«Non mi risulta infatti che ci siano simili iniziative organizzate da albesi o rom – prosegue Svetlana – e quando due mesi fa abbiamo incontrato il sindaco di Novo Brdo offrendo i nostri servizi anche per gli albanesi della comunità che necessitavano di questo tipo ci sostegno, ci ha ringraziano ma ha declinato l’offerta dicendoci che la situazione politica non permette che gli albanesi possano “nutrirsi dai serbi” …».
L’esperienza delle cucine popolari ha comunque segnato un piccolo ponte concreto verso una pacifica convivenza e da qualche hanno i locali delle strutture vengono frequentati oggi sia da rom che da albanesi.
«Nella zona abitano circa 40.000 mila serbi ecco perché il più grande numero di cucine popolari si trova qui. Dalla prossima settimana sarà operativo anche Strpce e abbiamo valutato un numero di utenti superiore ai 500» continua Svetlana «Il prossimo passo che vorremmo intraprendere e quello di realizzare piccole fattorie con mucche e capire, per rendere autosufficienti anche dal punto di vista economico le differenti comunità, e per quanto riguarda il servizio ridurre i costi. Da quest’anno abbiamo iniziato a coltivare otto ettari, tre a grano e il resto per verdure, patate, cipolle e verze. Il raccolto è utilizzato per le cucine e tutto quello che avanza viene distribuito da i poveri e i monasteri della zona».
I volontari che animano questo servizio non hanno certo risolto gli innumerevoli problemi che affliggono i Balcani, ma quotidianamente seminano speranza.
“Al momento gli aiuti principali derivano dalla chiesa ortodossa di Vienna e da qualche azienda con la quale abbiamo stipulato degli accordi poco tempo fa – continua Francesco – L’ideale sarebbe un accordo con qualche grande azienda e per il resto qualche donazione in danaro per permettere a Svetlana di completare il menù nel migliore dei modi, a seconda di quello che arriva come donazione. Le donazioni è importante però che rivestano un carattere di stabilità: per assurdo una donazione mensile e costante di 200€ mensili e meglio di una tantum di 5.000€. Il poter contare su risorse certe e costanti ci permette infatti di poter programmare al meglio le risorse, e soprattutto di rispettare gli impegni con queste persone”.

Fuori dal cancello della fabbrica, in un piccolo prefabbricato di servizio, vive Jagodinka, un’anziana signora di 78 anni. I volontari delle cucine popolari l’hanno incontrata durante uno dei loro viaggi, viveva da sola in una baracca isolata, senza nulla. Le hanno trovato questa piccola sistemazione, arredandola per quanto possibile e riscaldandola. Oggi riceve quotidianamente un pasto caldo ma soprattutto la visita dei cuochi e dei volontari che se ne prendono cura.
Pranziamo in una piccola stanza di fianco le cucine, il cibo e ottimo e la compagnia di Svetlana e Maria molto cordiale. Maria parla italiano in maniera fluente, è stata una volta a Trieste e un’altra a San Remo, molti anni fa, e ha fatto un corso di tre mesi (!) per imparare la lingua. È incredibile vedere quanti serbi qui parlino più di una lingua straniera e soprattutto con quale facilità.
Scendiamo e ci accodiamo con il nostro pulmino alla LAVA con il baule pieno di pane e minestra che ha appena concluso il primo giro e ci inoltriamo per il saliscendi di questo stupendo panorama collinare imbiancato a tratti dalla neve.
Nel bel mezzo del niente la LAVA si ferma. Non facciamo in tempo a scendere dal pulmino che tre bambini corrono con i mano vecchi secchi di confezione industriale di salsa corrono ridendo verso l’autista, che ha già aperto il baule e gli aspetta.
Appena qualche minuto e arrivano anziani, signore e giovani coppie. Tutti hanno il loro secchio in mano, il cuoco appoggia a terra la piccola cisterna di metallo e con un mestolo li riempie uno a uno. L’operazione dura qualche minuto e poi tutti ritornano da dove sono venuti con il secchio pieno e un pane tra le mani. È imbarazzante essere qui a fotografare la miseria di queste povere persone, che ci sorridono e ci salutano. “Dobar Dan” rispondiamo con il sorriso, mentre pensiamo a quando sia pazzesca questa situazione.
Facciamo altre due tappe e la stessa scena si ripete identica.
Molto frettolosamente poi ci dividiamo da Svetlana e Maria perché dobbiamo proseguire. E loro hanno ancora tanta strada da fare.

Siamo ora diretti verso una piccola casa sperduta in un bosco non lontano. Qui vivono Sladjana e Sanja, due ragazzine di 9 e e 11 anni alle quali è morta la madre di cancro otto mesi fa. Il papà non ha lavoro e ha trovato nell’alcol probabilmente la propria via per addomesticare una vita così difficile.
Su di loro veglia Ivan, un omone sulla cinquantina che insieme al parroco del villaggio vicino, un rom, e qualche altro abitante stanno volontariamente ristrutturando la casa delle due bambine, che al momento si trovano a casa di Svetlana. Il progetto è reso possibile grazie a una onlus della locale diocesi: l’associazione “Madre dei nove fratelli Jugovic”. La famiglia Jugovic partecipò all’epopea di Kosovo Poljie nel 1389. All’avvicinarsi della battaglia ogni famiglia sapeva che chiunque avesse sangue serbo avrebbe dovuto prendere parte allo scontro. Nella famiglia Jugovic si decise per il padre e per otto dei nove fratelli. Perché qualcuno sopravvivesse. Boro, il nono, decise però di andare comunque.
Il giorno successivo tutti morirono nella battaglia e uno dei corvi da cui la piana prende il nome  riportò alla madre rimasta sola la mano mozzata del nono figlio Boro. La madre riconobbe l’arto dall’anello che il padre aveva lasciato al figlio e capì, morendo di crepacuore.
L’associazione ha permesso l’acquisto dei materiali necessari alla ristrutturazione e il la solidarietà del villaggio ha fatto il resto. Dobbiamo proseguire e Ivan ci fa salire in due turni sulla sua Lada Niva 4×4 per riportarci al nostro pulmino. Siamo infatti a 800 m e le strade sono quasi tutte ghiacciate e impraticabili per il nostro mezzo.

Silovo, a colloquio con Jelica
Ci rimettiamo in cammino in direzione Silovo.
L’incontro con Jelica, la dottoressa responsabile degli ambulatori in questa zona, è sempre gradito. Ci abbracciamo e saliamo verso il suo ufficio.
Dopo qualche convenevole chiediamo a Jelica di raccontarci un po’ come vanno le cose … che non sono affatto migliorante dalla nostra ultima visita di agosto. «Ci sono arrivate altre fatture, soprattutto per l’energia, con importi assurdi di sette, otto e anche dieci mila euro. Il calcolo non è specificato, c’è solo il periodo, e alcune partono dal 1977 – ci racconta – Gli ultimi tre anni sono stati veramente difficili, ed è sempre più dura recuperare il materiale necessario. Qualche settimana fa è arrivata per noi una fornitura di medicine a Vranje (in Serbia, ndr) e, dopo avere compilato tutta la documentazione necessaria, abbiamo cercato di portarle qui. Alla linea amministrativa con il Kosovo, Eulex ha negato il permesso di passare e rispedito il mezzo indietro. Nel percorso a ritroso il mezzo è stato fermato dalla polizia (al di là della linea amministrativa, in Serbia, la maggioranza è albanese, compreso il corpo di polizia e il capo della stessa, ndr) che, nonostante tutti di documenti di trasporto, ha arrestato l’autista, sequestrato tutto il carico, e ora siamo tutti inquisiti per “contrabbando di medicine” … Come se non bastasse il nuovo accordo per il passaggio della frontiera che richiede il pagamento di 60€ per una copertura di due settimane è per noi veramente insostenibile. Almeno due volte a settimana dobbiamo infatti portare i pazienti a Vranje per l’emodialisi, e anche oggi due nostre macchine sono a Belgrado per casi più urgenti».
È evidente lo sconforto di Jelica. Negli armadi ci sono ancora le medicine che abbiamo portato ad agosto ma ai trenta ambulatori del circondario, unico punto di riferimento sanitario per quasi 40mila persone, serve tutto. Con noi c’è Grazia, medico di base a Bari, che è rimasta molto colpita delle condizioni dell’ospedale e così a preso a cuore la situazione e ci darà una mano fin da subito.
Salutiamo Jelica con la promessa di rivederci in aprile e di passare più tempo insieme, come la scorsa volta e ci dirigiamo verso il monastero di Draganac.

Padre Ilarion. Nel monte Athos del Kosovo
Qui, in mezzo al nulla, troviamo un piccolo monte Athos e un incredibile personaggio: Padre Ilarion.
Il monastero, intitolato ai Santi Arcangeli e distrutto nel XIV secolo dai turchi, è stato ricostruito con la benedizione del Sultano nel XIX. Celebra due grandi feste per le quali si radunano migliaia di persone che riempiono la gola: i Santi Arcangeli e la fonte che da la vita (il venerdì dopo la Pasqua).
C’era anche un altro monastero nella zona ma è stato distrutto dai bombardamenti del ‘99.
Il monastero è stato recentemente implementato, ora con molti sforzi i lavori continuano e c’è un grande progetto di rendere la struttura adatta ad ospitare anziani religiosi.
Padre Ilarion è di una simpatia incredibile, parla benissimo italiano e ha due occhi che ti scavano dentro. Senza barba e con un paio di jeans avrebbe sicuramente un successo enorme tra le donne.
È stato iconografo presso il Monstero di Decani e si è trasferito qui a settembre scorso, per dare una mano al vecchio abate, e coordinare e organizzare tutto l’immenso lavoro che c’è da fare.
Da settembre dell’anno scorso (2010) fino al mese scorso hanno vissuto entrambi senza riscaldamento e senza pavimenti. «Ma qui non ci si annoia mai – ci racconta Padre Ilarion – Padre Kiril (il vecchio abate, ndr) possiede un grande umorismo, e c’è molto da fare per tutte le persone che vivono in questa zona. La settimana scorsa abbiamo consegnato molte arnie a diverse famiglie per contribuire a iniziare un progetto di apicoltura per renderli autosufficienti. Ma non c’è mai abbastanza per tutti. C’è sempre molto da fare».
Padre Kiril rappresenta una grande colonna della comunità serba della zona. Nel 1999 una grande colonna di macchine era già pronta a partire e andarsene. Lui si è sdraiato davanti alla prima auto della colonna, affermando che gli sarebbe passato sopra sarebbe stato benedetto e chi l’avrebbe evitato maledetto. Nessuno è più partito.
«Fondamentale nella nostra educazione – prosegue Padre Ilarion – è capire che “uno non è tutto” e che ha bisogno degli altri, della comunità».
È oramai tardi e abbiamo ancora quasi tre ore di macchina per tornare a Decani, ci salutiamo con la promessa di rivederci presto. Cosa che faremo.

ememem

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