Kosovo. Tra le rovine dei pogrom antiserbi del 2004

L’interno del seminario di Prizren. Bruciato durante i pogrom del 2004.

In Kosovo per la quinta volta in un anno. Un anno esatto da quanto, a dicembre del 2010 abbiamo deciso di intraprendere la fase operativa del progetto “Accendiamo la Speranza” visitando la regione della battaglia del giorno di San Vito, in quel 1389 in cui la nobiltà serba si immolò contro l’esercito ottomano del Sultano Murat. Da quel viaggio abbiamo portato a casa nuove amicizie, un amore enorme per questa terra martoriata ma anche la volontà ferrea di contribuire al sostegno di un popolo, quello serbo, che dal 1999 è sottoposto quotidianamente alle peggiori vessazioni di una parte della maggioranza albanese che da semplici delinquenti di quartiere è diventata, attraverso stupri, violenze, omicidi, traffici di ogni genere, i governanti di questa terra, vassalli di forze internazionali apolidi, sponsorizzati dagli Stati Uniti di Bill Clinton e della Allbright, di Bush Jr. e la Clinton, dell’attuale presidente illuminato Obama. Interessi, persone e volontà estranei a quell’idea di Europa che abbiamo in testa, quella “vecchia troia” che ci è sempre sfuggita di mano, ma che ora vogliamo ritrovare, riprendere e trattenere e che, attraverso i viaggi di solidarietà, vogliamo interiorizzare e fare nostra, perché non possa più sfuggire. In questa storia anche il “viaggio” assume infatti nuova importanza, o meglio ri-assume l’importanza che merita: i viaggi compiuti fino ad ora non sono stati infatti tratti low-cost da affrontare in velocità ma gustati fino in fondo, da veri “viandanti”, come parte fondamentale dell’esperienza, per ritrovare sotto i propri piedi quell’Europa che vogliamo. Viaggio che è diventata metafora di ricerca, segno che le strade per elevarsi siano ovunque, anche nei posti più impensati, e di faccile accesso per chiunque eccetto per colui che vuole continuare a dormire.

A Decani per il Natalee Ortodosso

Questa volta il viaggio e la permanenza in Kosovo sono un po’ diversi dalle altre volte: perché affrontata insieme agli amici della associazione “Amici di Decani” ma soprattutto perché ospiti per dieci giorni presso il monastero di Visoki Decani, in un periodo particolare per la vita dei monaci: quello del Natale Ortodosso. Per questi giorni, oltre a condividere con i monaci la vita e i ritmi di Decani, abbiamo programmato la visita a diverse città, enclavi o semplici luoghi per poter approfondire la nostra conoscenza dell’attuale situazione della minoranza serba a undici anni dall’aggressione della NATO e a quasi quattro dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza dalla Serbia. Siamo atterrati in Kosovo il 29 all’aeroporto militare italiano di Djakovica, in un charter Meridiana affittato dall’Esercito. Ieri abbiamo visitato il Patriarcato di Pec e oggi siamo diretti verso Prizren. Siamo partiti di buon mattino, con il monastero colorato dal sole nascente e imbiancato dalla neve caduta il giorno prima. Dopo i due check point dell’Esercito Italiano a difesa del monastero abbiamo attraversato il paese di Decani ancora assonnato dai bagordi di capodanno. Tempo freddo ma sereno, strade dissestate ma vista l’ora fortunatamente libere.

Djakovica, 6 vecchie contro 3000 bestie

Il Monastero e il nuovo muro perimetrale. Da questa strada sono venuti i terroristi per radere al suolo il monastero del 1600 e costruire un parcheggio.

Dopo una mezz’oretta di viaggio siamo arrivati a Djakovica, nel Monastero dell’Assunzione, prima tappa della giornata.
La storia di questo posto inizia nel 1999 quando sei donne sono rimaste nella casa parrocchiale perché non volevano abbandonare la chiesa e perché non sapevano dove andare. Tra di loro anche quella che oggi è la Monaca Teoktista e che nel ’99 aveva trovato lavoro presso la chiesa, licenziata dalla sua precedente occupazione perché serba.
Queste sei donne erano rimaste le uniche serbe in città. Prima erano in tremila.
Nel 2004, a cinque anni dalla fine del conflitto militare, esplodono improvvisamente, in tutto il territorio del Kosovo dei pogrom anti-serbi. Anche a Djakovica.
Una folla di impazziti si riversa sulla strada che porta al Monastero di queste sei vecchie con l’intenzione di compiere un feroce e infame linciaggio.
I parà della Folgore a protezione del monastero e delle monache non possono fare altro che portare in salvo queste ultime e lasciare alla mercé delle bestie un monastero affrescato del 1600 con un muro perimetrale ottomano costruito con le anfore.
Le bestie nemmeno saccheggiano: bruciano tutto e minano le pareti del monastero, che implode in sé stesso. Il giorno dopo le gru completano il lavoro e fanno piazza pulita delle macerie ancora fumanti.
Il monastero dopo due giorni è perfettamente spianato ed è diventato un parcheggio.
Passano le settimane e i mesi ma finalmente la chiesa ortodossa riesce a rientrare in possesso dell’area grazie al piano Atishaari e prima di tutto fa erigere un nuovo muro perimetrale in cemento armato.

Per le vie di Djakovica.Bandiere albanesi e quadri kitsch innegigianti l’UCK

Dal marzo del 2004 fino ad aprile del 2008 le sei donne hanno vissuto nel Monstero di Decani. «Nell’aprile 2008 sono ritornate a Djakovica perché siamo riusciti a ricostruire le due case parrochiali e con loro lì abbiamo ricominciato la ricostruzione della chiesa – ci racconta Padre Andreji – Nel settembre 2011 la chiesa è stata completata. Le icone della nuova iconostasi sono state dipinte da Padre Serapion, e due di queste donne sono diventate monache».
Adesso il monastero dell’assunzione è alle “dipendenze” di Decani (in serbo: metochio); che in pratica vuol dire che i monaci se ne prendono cura. Ogni domenica tre monaci di Decani vengono qui a officiare la liturgia e durante la settimana le visite dei monaci sono comunque frequenti.
All’ingresso del Monastero c’è uno svogliato poliziotto della neo istituita Kosovo Police.
Quando ci allontaniamo durante la liturgia per visitare la città, il poliziotto – che ci ha scambiati per serbi – si rivolge preoccupato verso i nostri compagni di viaggio avvertendoli che per un serbo non è raccomandabile camminare in città … ma noi siamo italiani e soprattutto ce ne freghiamo, così siamo già fuori dalle mura del monastero quando il poliziotto rinviene dalla pennica …
Le sei donne sono le uniche serbe in una città di 90mila albanesi. Ancora oggi i vicini non trattengono alcun rapporto con loro e sono costrette a chiedere aiuto alla polizia per poter fare la spesa e comprare il necessario per sopravvivere.
Di fronte la porta d’accesso del monastero c’è la sede del PDK, il partito di Thaci, è un manifesto con il faccione del “Serpente” fa bella figura su una finestra. Nelle vetrine dei negozi sulla strada principale ci sono bandiere albanesi, scritte inneggianti l’UCK e quadri kitsch dei terroristi del cosiddetto esercito di liberazione.
Quando sono state evacuate i ragazzi della Folgore hanno prevenuto un vero e proprio linciaggio. Il Generale Errico a un convegno organizzato a Venezia da LOVE poche settimane fa ha dichiarato che “l’escalation violenta del 2004 era assolutamente imprevedibile” … ci chiediamo sinceramente come fosse possibile non considerare la possibilità di violenze ulteriori vista la situazione di tensione che ancora oggi si respira a sette anni da quelle bestialità.
Dopo il pogrom, la cacciata e la distruzione del monstero, una delle donne non c’è la più fatta a tornare per lo shock subito ed è tornata in Montenegro. Un’altra, Belka, è morta solo pochi giorni fa, a 82 anni. Nonostante non fosse una monaca, è stata sepolta come se lo fosse.

Un momento della liturgia a Djakovica.

Le sue spoglie sono appena fuori dalla porta della nuova chiesa. Sulla semplice croce di legno il suo nome, la data di nascita e quella di morte. È stata ricordata nella liturgia anche oggi e sulla sua tomba di terra è stato versato con un gesto a forma di croce del vino rosso, il sangue di Cristo.
Le donne ci ospitano per colazione e poi riprendiamo il viaggio verso Prizren.

Prizren. Novemila serbi nel 1999, oggi 26
La città è stata l’antica capitale della Serbia, famosa nell’antichità oltre che per la bellezza anche per la presenza di ben 365 chiese. Il vescovo poteva celebrare ogni giorno in una chiesa diversa.

L’interno spoglio della chiesa ricostruita.

Oggi dei 9mila serbi che vivevano in città sono rimasti in 16. L’anno scorso, grazie al primo rientro dal 2000 (l’unico rientro urbano in Kosovo) sono tornati in dieci. Quindi oggi sono in 26. Dal 2000.
Nel centro storico ci sono dieci chiese medievali, tutte gravemente danneggiate o completamente distrutte durante i pogrom selvaggi del 2004.
La zona, sotto il controllo tedesco, è stata abbandonata alle violenze delle bestie e un immenso patrimonio d’arte, unico nel suo genere, realizzato in secoli di dedizione e fede è andato distrutto in poche ore o danneggiato irreparabilmente.
Le violenze comunque non si sono limitate al danneggiamento del patrimonio culturale: tutto il quartiere serbo è stato dato alle fiamme e quello che si è salvato è stato occupato da alcuni albanesi che se ne sono dichiarati proprietari. È il caso dell’edificio proprio di fronte all’ingresso della chiesa di San Giorgio: di proprietà di una famiglia serba, è stato usurpato e trasformato in Disco Bar … a forse dieci metri dall’ingresso della chiesa ma nemmeno cinque dalla parrocchia dove vive il prete.
La chiesa è stata completamente ricostruita: con le violenze del 2004 erano rimasti in piedi solamente i muri perimetrali, via le decine di metri quadri di affreschi secolari; via le preziose icone d’oro dipinte a mano; via l’iconostasi; via i candelabri centenari; via gli ex-voto … via i serbi.
La vicina cappella di San Giorgio Runovic è stata attaccata con copertoni in fiamme le cui molecole, raggiunta la temperatura di 800 C°, si mescolano con lo stucco degli affreschi, rovinandoli irreparabilmente. Per tre anni un team greco ha lavorato cercando di riportare all’antico splendore questi meravigliosi affreschi. Un lavoro straordinario che sicuramente ha salvato molto ma che ha restituito solo dei pallidi dipinti, ben lontani dall’originale meraviglia.

 

La discoteca “Teatro” appena fuori dal portone della Chiesa. L’edificio e’ sttato usurpato a una famiglia di serbi dopo i pogrom del 2004.

Poco distante la chiesa di San Nicola Tutic, anche questa completamente bruciata e con gli affreschi praticamente scomparsi. Inoltre questa si trova al di sotto del livello stradale e lo sfregio continua quotidianamente con il lancio di immondizie e riufiuti.
Su entrambi i luoghi vigilano due poliziotti della KPS.
Poco distante si trova il seminario. I cinque minuti di camminata che ci separano dalle due chiese al portone di legno del seminario sorvegliato dalla polizia sono densi di occhiate rivolte a Padre Andrej. Nemmeno una donna. Solo uomini che fissano Andrej.
Il seminario è stato completamente distrutto nel 2004. Ricostruito è rientrato in funzione quest’anno con undici studenti, Padre Andrej è il pro-Rettore.
Poco distante, giusto il tempo di “qualche” sguardo, troviamo, tra case appena costruite e immondizia, la chiesa di Bogorodica Ljeviska, patrimonio culturale del’Unesco, cattedrale del 1100, nel 1400 è trasformata in una moschea, gravemente danneggiata nel 2004 al punto che la madonna di Prizren è stata prima danneggiata dalle fiamme e poi divelta a mano con un piccone. Oggi la chiesta è sorvegliata da una garrita della polizia e completamente circondata dal filo spinato.

L’interno è spoglio e annerito, sono stati compiuti alcuni esperimenti di pulizia degli affreschi che dimostrano bene quanto siano danneggiati gli affreschi che si sono salvati, anche se è sufficiente passare un dito sulle pareti per vedere il fumo e la fuliggine ancora intrisi sui muri.

L'interno carbonizzato del seminario di Prizren.

È importante da enfatizzare come tutte le distruzioni che ha sofferto la città di Prizren sono accadute nel 2004, a cinque anni dalla fine della guerra e in uno dei periodi di massima presenza delle forze internazionali.
Migliaia di soldati equipaggiati con blindati e armati fino ai denti non hanno saputo (voluto?) opporsi a uno sfregio che migliaia di belve hanno inferto non alla comunità serbo-ortodossa, ma all’intera umanità.
Migliaia di strapagati agenti dei servizi informativi, delle agenzie internazionali, di OSCE, di ONU, di Unmik, di Eulex e di Blah Blah, non hanno saputo (voluto?) prevedere un attacco portato chirurgicamente, nell’arco di pochissime ore, in tutto il territorio della regione contro i simboli della cristianità serba.

Padre Mihailo, da solo tra le montagne

Il Monastero dei Santi Arcangeli
Il Monastero dei Santi Arcangeli

Dopo Prizren ci dirigiamo verso il Monastero dei Santi Arcangeli dove vive solo il monaco Mihailo. Fondato dallo zar Dusan, figlio di Santo Re Stefano, il monastero è stato distrutto una prima volta nel 1600 e con il saccheggio delle pietre venne realizzata la moschea di Sinan Pasha a Prizren. Il monastero è stato ripopolato nel 1997 da 7 monaci e distrutto nuovamente nel 2004, sotto la “protezione” tedesca. Le belve questa volta, vista l’effettiva difficoltà di raggiungere il monastero, si sono presentati ai crucchi per trattare e hanno concordato la salvezza dei monaci e della base tedesca, ma non del monastero. E così è stato: monastero e dormitorio completamente distrutti. Già nel ’99 le violenze avevano rattristato questo luogo meraviglioso. Padre Hariton Lukic monaco del Monastero dei Santi Arcangeli fu rapito quell’anno e il corpo trovato solamente l’anno successivo. Decapitato e con i segni di indicibili torture. Padre Hariton è diventato un martire per la chiesa ortodossa e il suo corpo conservato nel monastero di Crerna Reka. Senza la testa che non è mai stata ritrovata. Per questo motivo, pur non essendoci ancora un’icona ufficiale del santo, viene usualmente raffigurato come San Giovanni Battista: un santo martire che porta la propria testa su un vassoio.

Padre Mihailo

L’Igumeno del Monastero di Santi Arcangeli è padre Mihailo, che è stato anche abate del Monastero di Sopocani, un famosissimo monastero medioevale serbo dove è anche raffigurata come una monaca benefattrice Anna Dandolo, figlia del Doge di Venezia, regina serba e sposata con Re Uros I.

… continua … 

(su FaceBook tutte le foto)

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