Dal silenzio dei Monasteri

«IL KOSOVO È SEMPRE LA TERRA DELLA SERBIA»

Intervista al vescovo Artemije, la massima autorità ortodossa del Kosovo e Metohija: «Non riconosciamo l’indipendenza di Pristina, non vogliamo essere considerati comunità, né minoranza sulla nostra terra. Restiamo qui, nonostante le violenze, a testimoniare la fede e la verità nelle enclave dove i serbi vivono come in un campo di concentramento»

Di Kosovo quasi non si parla più, resta sospeso, senza legalità. nelle brume di un silenzio apparente. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu non ha riconosciuto l’indipendenza proclamata nel febbraio scorso unilateralmente dalla leadership albanese di Pristina, l’Unione europea è spaccata con molti paesi leader come Germania, Francia e Italia che hanno riconosciuto, ma altri no come Spagna, Grecia, Slovacchia, Romania, Cipro. La Nato occupa quelle terre su mandato della «Pace di Kumanovo» e del Consiglio di sicurezza che l’ha assunta e che riconosce la sovranità della Serbia e la sua integrità territoriale. Quindi l’Alleanza atlantica, protagonista della guerra «umanitaria» di bombardamenti aerei, è sul campo organismo fuorilegge: riconosce la sovranità di Belgrado e allo stesso tempo quella del nuovo stato indipendente; la missione Eulex che l’Europa ha voluto per implementare (leggi: imporre) l’indipendenza non è approvata all’Onu e non può disporsi sul terreno. La Serbia che nel frattempo ha cambiato governo per aprirsi all’Ue – ha consentito l’arresto di Karadzic, ma non ottiene nulla in cambio perché solo due giorni fa è stato respinta a Bruxelles la possibilità della sua Adesione all’Ue – insiste a rivendicare quella terra e a salvaguardare la sua integrità territoriale chiedendo in questi giorni all’Assemblea dell’Onu un voto contro l’indipendenza unilaterale che chiama in causa la Corte internazionale dell’Aja. Per il resto tutto è silenzio bipartisan, rotto solo dal fatto che sulla scia di quella secessione sciagurata si sono innestate altre crisi internazionali, come ha dimostrato la guerra d’agosto georgiana-sudosseta-russa. Abbiamo rivolto alcune domande sulla situazione al vescovo Artemije di Raska-Prizren e Kosovo-Metohija (la terra della chiesa, Kosmet la chiamano i serbi), la massima autorità della Chiesa serbo-ortodossa in Kosovo.
Il 17 febbraio c’è stata la proclamazione unilaterale d’indipendenza della leadership albanese di Pristina, contro il diritto internazionale eppure riconosciuta dagli Stati uniti e da molta parte dei paesi dell’Unione europea (Italia compresa). Lei ha più volte chiesto di protestare contro i paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza e che hanno contingenti militari Nato che, solo adesso, difendono i monasteri. Qual è ora la posizione della Chiesa ortodossa?
Resta la stessa del momento della proclamazione. Noi non riconosceremo mai, sottolineo mai, la illegittima, unilaterale secessione di Kosovo e Metohija dalla Serbia.
L’opinione pubblica occidentale è stata convinta prima che la guerra della Nato del 1999 fosse «umanitaria», ora che «va tutto bene», nonostante che il precedente del Kosovo abbia innescato altre crisi internazionali, come dimostra la crisi in Georgia. Ma qual è la condizione dei serbi rinchiusi nelle enclave?
Quelli non erano bombardamenti «umanitari», tantomeno ora «va tutto bene». Come dimostrano le migliaia di vittime innocenti, un numero alto, quasi eguale a quello dell’intero conflitto. Non solo l’aggressione della Nato era ingiustificabile dal punto vista legale e militare, ma neanche dal punto di vista umano e morale. Ora, nove anni dopo i raid dell’aviazione atlantica, la situazione del popolo serbo in Kosovo sembra più tragica che mai. Quasi due terzi dei serbi del Kosovo e Metohija, più di 200.000 persone, molti i non-albanesi (rom, goranji, ebrei) sono fuggiti nel terrore, sono profughi, migliaia sono stati gli uccisi e i desaparesidos, decine di migliaie le case distrutte o illegalmente occupate, così le terre agricole e le proprietà, dove i proprietari non possono nemmeno avvicinarsi. E tutte le città, prima della guerra davvero multietniche, sono diventate esclusivamente monoetniche, cioè albanesi. Tra le vittime dell’Uck che ha continuato ad operare impunita in tutti questi nove anni, ci sono stati anche due monaci, padri Stefan e Hariton, le vittime innocenti che il monachesimo serbo nel Kosovo e Metohija ha offerto sull’altare della libertà. Dal giugno 1999, data d’ingresso delle truppe Nato, sono state distrutte 150 chiese e monasteri serbi, un terzo dei quali beni culturali medioevali irrimediabilmente perduti. Il caso più recente è quello di Djakovica, dove le autorità albanesi hanno nascosto, distrutto e seppellito le tracce della distruzione della chiesa ortodossa di Djakovica. Questo dimostra che continua il processo di riscrittura violenta della storia a partire dalla cancellazione dei santuari ortodossi e patrimonio culturale serbo in Kosovo e Metohija. Ma queste «autorità» dimenticano che più nascondi profondamente la verità fino a sotterrarla, più quella è capace di riemergere luminosamente. Per quanto riguarda la vita dei serbi nelle enclave, se di «vita» si può parlare, vivono come i prigionieri dei campi di concentramento e sterminio durante la seconda guerra mondiale, ad Auschwitz o a Jasenovac. Vivono una vita estremamente difficile, impossibile, privata di tutti i diritti umani e della libertà, dal diritto di vivere alla libertà di movimento, dal diritto al lavoro a quello alla sicurezza. La comunità internazionale lo sa, ma lo nasconde. Perché il ruolo degli organismi internazionali in Kosovo e Metohija non ha assolutamente risolto i problemi né ha contribuito alla creazione di una società multietnica.
Lei, dopo l’assoluzione davanti al Tribunale dell’Aja del criminale di guerra Ramush Haradinaj, «gangster in divisa» per la stessa Carla Del Ponte – e accusato di stragi commesse già nel 1998 – ha chiesto di boicottare quel tribunale. Perché?
Ramush Haradinaj, leader Uck e ex premier kosovaro albanese, era ed è criminale e malfattore. Non solo lui, anche coloro che lo hanno liberato e prosciolto dalla responsabilità e dai suoi crimini.
Sia il governo Kostunica che il nuovo governo serbo Cvetkovic, così come il presidente Tadic, rivendicano l’appartenenza del Kosovo alla Serbia, come sta scritto anche nella nuova costituzione: non c’è Serbia senza Kosovo e Metohja. Ma ora vivete quasi in un limbo, sospesi. Che rapporto avete con Belgrado? Lei al momento della dichiarazione d’indipendenza, diffidando dei contingenti occidentali e dei politici di Belgrado, chiese l’intervento dell’esercito serbo…
Sì, non c’e Serbia senza Kosovo e Metohija. Lei dice che siamo in un limbo. No, questa non è «terra di nessuno». Era, è e sarà la nostra terra e il nostro paese. Kosovo e Metohija non è diventata in nessun modo la «terra di nessuno», è rimasta la stessa terra di prima. Noi viviamo sulla nostra terra e nel nostro stato che è la Serbia. I rapporti con Belgrado sono buoni, come devono essere, resta l’unica e legittima terra d’appartenenza, con le nostre autorità e con il nostro governo. Belgrado non è estero, è la nostra capitale. Sospesa e illegittima semmai è la missione Eulex, l’atto finale della tragedia del Kosovo. Il primo atto era la Nato con i bombardamenti sulla Serbia e aul Kosovo nove anni fa. Lo scopo era all’epoca lo stesso reso evidente a febbraio: la creazione di un altro stato monoetnico albanese nei Balcani. Non ho chiesto l’intervento esterno dell’esercito serbo. Ma che l’esercito svolga i compiti per i quali esiste in ogni paese del mondo, Serbia compresa: difendere il paese e i suoi cittadini quando sono in pericolo. Noi aspettiamo che l’esercito si impegni in questo ruolo.
Lei continua a testimoniare la sua fede con la comunità serba in Kosovo convinto che monasteri e serbi siano la stessa cosa. Mentre magari qualche ben pagata Ong occidentale e un ministero kosovaro-albanese a Pristina stanno pensando di trasformarvi in un tour turistico, come per gli indiani delle riserve americane. Quale appello si sente di fare ai leader europei?
Noi non siamo «comunità». Siamo il popolo serbo, non ammettiamo di essere considerati comunità separata, né minoranza nel nostro stesso paese. Non accettiamo assolutamente di essere considerati «riserva indiana» e la nostra trasformazione in «tour turistico». Noi siamo la Chiesa vivente, la Chiesa Ortodossa. Tradizionalmente, come nei secoli passati, noi viviamo e testimoniamo la nostra fede e attendiamo la giustizia divina, come i nostri avi e predecessori, finché è venuta, magari 500 anni dopo la schiavitù e il giogo. Non c’e appello per i leader europei, dopo quello che hanno commesso. Significherebbe avere fiducia in loro e aspettare il loro soccorso. Per loro c’è un solo messaggio: la giustizia divina e più forte dei soprusi umani e delle menzogne. Almeno riflettano su questo.

da: Il Manifesto del 20 Settembre 2008 pagina 09

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